giovedì 16 novembre 2017

BLOCCO DEI DEPOSITI PER GLI ISTITUTI A RISCHIO. IL THANKSGIVING DAY COL METODO JUNCKER


http://www.dagospia.com/img/foto/11-2014/il-gallo-sfotte-il-tacchino-sul-giorno-del-ringraziamento-617522.jpg

1. Rammentiamo lo schema degli effetti essenziali dell'inesorabile nuova regolazione BCE, il c.d. Addendum, relativa agli accantonamenti (minimi, cioè al 100% del valore iscritto in bilancio) per i crediti incagliati (nell'Unione bancaria, naturalmente, che si applica solo ai fortunati paesi dell'eurozona):
Sintesi riassuntiva
- con l'addendum si arriva, prima di tutto, a porre uno standard di ricapitalizzazione insostenibile (nella situazione relativa dell'economia italiana e anche in assoluto. Nel senso che nessun sistema bancario dell'eurozona, dato un certo livello di aggiustamento fiscale, determinato esclusivamente da esigenze di preservazione della moneta unica, sarebbe in grado di sostenerlo, a causa dell'inevitabile incremento delle insolvenze nella rispettiva "economia reale").
Da ciò si innesca una corsa verso 3 esiti vincolati (nel senso di concretamente inevitabili):
a) il bail-in per sostanziale conclamata insolvenza della banca incapace di ricostituire il suo capitale a fronte delle svalutazioni in bilancio dei suoi attivi e delle garanzie;

b) la riuscita della ricapitalizzazione, laddove, per ragioni forse casuali, i crediti erogati, e garantiti, negli ultimi 7 anni presentassero un (anomalo) basso grado di "incagli" (se non fossero garantiti l'anzianità per attualizzare l'obbligo di accantonamenti al 100% sarebbe di 2 anni); comunque in tal caso, il capitale utilizzato verrebbe, immancabilmente, da soggetti finanziari esteri che assumerebbero il controllo della banca "fortunella";

c) un burden sharing con successivo intervento di ricapitalizzazione pubblica: e qui, però, di fronte al volume di capitale aggiuntivo imposto da accantonamenti al 100% (unito alle svalutazioni delle garanzie), - diciamo una almeno cinquantina di miliardi - lo Stato italiano si troverebbe in condizioni critiche e con la probabile opposizione delle autorità UE bancarie e sulla "concorrenza".
ERGO: dopo inenarrabili drammi altamente mediatizzati, si tornerebbe all'ipotesi a) (che comunque, tra l'altro, conduce poi a delle new-banks acquisite da investitori esteri, cioè all'esito dell'ipotesi b).
Ma all'€uropa, questo cappottino (di legno) per l'Ital-tacchino, non basta... 

"il numero degli intermediari bancari, seguendo la destrutturazione/ristrutturazione dei sistemi produttivi nelle macro regioni europee, si ridurrà di molto, come prevede il vice presidente della BCE
Estremizzando (è questa l'ipotesi forte del ragionamento) i maggiori potrebbero ridursi a 5-7 (in pratica saranno favoriti nella transizione quelli “sostenuti” da Stati forti, il bail-out non è vietato (ma deve essere sempre nel rispetto del pareggio di bilancio, cioè, in pratica consentito solo a chi abbia un costante e consistente attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, riversatasi una posizione netta sull’estero di segno positivo);
i pochi “player” rimasti (in oligopolio) potranno decidere di finanziare privati o entità pubbliche o intermediari minori (o di nicchia) assumendo i relativi rischi di credito e di essere “percepiti” più o meno affidabili nell'emissione di moneta-credito (potrebbero anche stabilirsi dei "cambi" fra monete in base al rischio percepito dagli utilizzatori).
- La situazione sarebbe del tutto simile a quella immaginata da F. von Hayek.
La banca centrale che non fa da tesoriere a un sovrano perde anche la sua essenza di governo della politica monetaria e resta solo una entità amministrativa (più o meno estesa) dello stato minimo hayekiano."

3. Insomma, a fronte delle avvisaglie di intervento delle autorità di sorveglianza e, peggio, di quelle di risoluzione, il risparmiatore italiano, un pochino angosciato, e preso da un estremo istinto di preservazione, potrebbe pensare di spostare i soldini (che ormai per lo più gli servono come riserva per pagare debiti di imposta, in scadenza e inventati con qualche manovra "straordinaria", e rate di mutui vari), in qualche banca "sicura" appartenente ai "pochi players", stranieri, destinati a rimanere "sul mercato" come dispensatori di moneta privata.
E invece no: 'sti soldi li deve proprio perdere, perché l'Ital-tacchino non può sfuggire alla giusta punizione per aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità...

4. La notizia era stata data da Reuters e poi ripresa subito da varie fonti italiane. Eravamo in piena estate e, perciò, in pochi gli avevano dato il peso che meritava. Ma i post di Scenarieconomici e di Marcello Foa non erano mancati. 
In sostanza, per evitare il bank-run, relativamente agli istituti considerati "a rischio", una proposta UE (a impulso della presidenza semestrale...estone) prevede che i prelievi da conti correnti e depositi possano essere limitati, arrivando sostanzialmente al blocco, per un periodo fino a 5 giorni lavorativi ma estendibile a un massimo di 20 (in pratica, un mese intero).
Del tutto inutile è risultato far notare la marchiana insensatezza di questo meccanismo, che avrebbe l'effetto principale di propagare il panico anche agli istituti ritenuti (temporaneamente) "solvibili" e perciò non "attenzionati" per una situazione di rischio di insolvenza; l'astuta ennesima €-regola "prudenziale", quindi, darebbe scontatamente il via libera ad un panico generalizzato di tutti i depositanti di uno Stato (dell'eurozona, beninteso) investito da questa lungimirante misura.

5. Tanto inutile che, infatti, la cosa è andata avanti fino alle soglie del junckeriano "punto di non ritorno". Come ci rivela Marco Zanni alla cui preziosa opera di informazione è seguito l'articolo in immagine nel tweet


6. In sostanza, sulla proposta regolatoria in questione sarebbe stato emanato il parere favorevole della BCE, col decisivo contributo della "consigliera" esecutiva tedesca del Board, e la concorde adesione della Presidenta, sempre tedesca, del Single Resolution Board. Con estensione della misura anche ai conti sotto il limite della (teorica e risibile) soglia dei 100.000 euro.
Il SRB è interessantissimo organo UE, teoricamente collegiale, che serve a commissariare le BC nazionali nelle operazioni di liquidazione delle banche insolventi e che, comunque, è infarcito di "soli" trecento funzionari strapagati (è il mercato, ci diranno..) e scelti de facto a discrezione dei tedeschi. 
E le cui conseguenti spese (pubbliche? Non si sa mai come qualificarle quando sono €uropee, perché non lo sanno neanche loro in questi casi), sono a carico degli istituti bancari soggetti al new institutional framework. Cioè a carico vostro perché le banche, a corto di capitale e di requisiti patrimoniali, non possono far altro che traslare il relativo contributo sui correntisti
Chiaro no?
https://image.slidesharecdn.com/2015febiviejorgesicilia-150206082641-conversion-gate02/95/banking-union-10-challenges-for-spanish-banks-20-638.jpg?cb=1423211321
7. Notare che il fondo di garanzia dell'Unione bancaria €uropea (SRF)  non esiste e il Deposit Guarantee Scheme, nemmeno; come già preannunziavano sempre i tedeschi (qui p.4), e come ormai dice apertamente Schauble, non esisteranno mai.
Ma niente panico! Il Resolution Board "di già" si autocelebra con studiate immagini di persone (che dico! Tecnici-espertologi!) che discutono costruttivamente e serenamente tra loro (e che rammentano così tanto i disegni che ci costringevano a fare alle elementari per celebrare Leuropadellapace):

https://srb.europa.eu/sites/srbsite/files/srb_conference_banner_850x315px_72dpi-01.png

E presto, quindi, in questo clima festoso di auto-ringraziamenti che si celebra nei ranghi tedeschizzati dell'Unione bancaria, gli italiani proveranno il brivido di sapere cosa di provi ad essere un tacchino nel giorno del ringraziamento.

martedì 14 novembre 2017

LUXEMBURG, GRAMSCI, BASSO E CAFFE': LA VIA "REALE" ALLA DEMOCRAZIA NECESSARIA

Il secondo libro per la democrazia: LA COSTITUZIONE NELLA PALUDE
(Non ho trovato immagini più coerenti con il titolo: accetto suggerimenti, peraltro...).

1. Cerchiamo di definire se e come esistano condizioni di ripristino della democrazia sostanziale, cioè quella "necessaria" accolta dalla nostra Costituzione, perchè, in sua assenza, la democrazia semplicemente "non è", come di dice Mortati, qui, p.4.1.; e non paia che tale interpretazione dell'essenza della nostra Costituzione sia una suggestione storicamente datata, subìta dal massimo costituzionalista italiano (Basso ci testimonia tutt'altro, sulla dialettica del processo costituente, qui, p.4.2.), dato che, simmetricamente, sono gli stessi massimi pensatori "liberali", Pareto, Mosca, Einaudi, a teorizzare che, la democrazia, appunto "liberale", debba necessariamente ridurre la rappresentanza popolare a "finzione" (qui, p.3).

2. Nel tentare di porre ordine su questo argomento, comincerei, - in una rapida rassegna compiuta col necessario punto di vista divulgativo-, dal pensiero di Rosa Luxemburg, traendo da un buon lavoro  politico-filosofico (e quindi avulso dal pur fondamentale pensiero economico anticipatore della Luxemburg stessa, per la verità riattualizzatosi per l'imponenza delle forme attuali di imperialismo economico - o globalismo istituzionalizzato, e comunque evolutosi nell'analisi keynesiana di Kalecky). Si veda come, ad esempio, la formula, sopra citata, del democristiano Mortati, sia allineata sull'origine concettuale, e persino lessicale, fornita a suo tempo dalla Luxemburg:
"Un altro punto interessante della riflessione luxemburghiana riguarda la democrazia.
Per la borghesia, scrive Luxemburg, la democrazia diventa superflua o addirittura di impaccio; al contrario per la classe operaia essa resta sempre «necessaria e imprescindibile». Necessaria: «perché sviluppa forme politiche che serviranno al proletariato come punti di partenza e di appoggio per la trasformazione della società»; imprescindibile: «perché solo in essa, nella lotta per la democrazia, nell’esercizio dei suoi diritti il proletariato può diventare cosciente dei propri interessi di classe e dei propri compiti storici».  
Ma la democrazia non può mai essere rappresentata, fermata, afferrata, come in una fotografia. Infatti, scrive L., «il faticoso meccanismo delle istituzioni democratiche possiede un potente correttivo appunto nel vivente movimento delle masse, nella loro pressione ininterrotta».
La democrazia, come la rivoluzione, non può essere messa in stand-by, perché è l’azione del proletariato, ma non può neanche essere instaurata una volta per tutte. E qui sta il paradosso.
La demolizione, aggiunge Luxemburg, la si può decretare, la costruzione la si può solo fare: «Terra vergine. Mille problemi». La democrazia si può solo esperire, imparare continuamente; essa è educazione politica, processo.  
La democrazia è rapporto sociale, è la forma di un problema, che è in fondo il problema del potere, problema che deve sempre essere tenuto vivo: essa è la sorgente vitale del conflitto, la lotta politica, la pressione ininterrotta e perciò incontenibile da qualsiasi forma istituzionale. 
Si tratta come per lo sciopero di massa di «un reale movimento popolare». Eppure resta aperto il problema della sua afferrabilità concreta. Essa compare come un lampo al centro del momento rivoluzionario e continua a dipendere sempre da quel momento."

3. Un piccolo addendum: se la Luxemburg, in un prudente approccio scientifico, non può essere compresa senza comprenderne l'analisi macroeconomica (evolutiva) del capitalismo, ne risulta perciò la sostanzialità del suo approccio economico-istituzionalista ante litteram e, dunque, l'estrema rilevanza della sua connessione con la successiva soluzione kaleckian-keynesiana ("...l’elemento più vivo della riflessione luxemburghiana...impone di sovvertire l’ordine della società capitalistica senza astrarre dalle sue istituzioni ma affrontandole faccia a faccia). 

4. Anche Gramsci, che notoriamente, nella sua polemica con Togliatti, contrappone alla neo-ortodossia stalinista l'idea dell'Assemblea Costituente, fondata su un realismo storico-sociale legato alla necessaria via "nazionale" alla democrazia pluriclasse: 
"Gramsci, dal canto suo, pur stando in carcere, vedeva la solidità del regime fascista, malgrado la situazione economica divenuta pesante in conseguenza della grande crisi del '29. Una crisi che, originata dagli Stati Uniti, stava infettando anche l'Europa, ma in termini meno distruttivi. 
A parte la Germania dove, anche in conseguenza delle onerose riparazioni di guerra imposte a Versailles dai vincitori della Grande guerra, disoccupazione e povertà dilaganti, unite alla radicalizzazione violenta e all'instabilità politica, stavano gonfiando le vele a Hitler. 
Il dirigente comunista era dell'opinione che ci sarebbe voluta un'azione in profondità per sgretolare le basi sociali e di consenso del regime mussoliniano che erano ancora larghe. 
Ed espose, in modo oggettivo e con tono distaccato, queste sue analisi e posizioni demolitorie di quelle del Komintern, almeno per quel che riguardava la situazione italiana, ai compagni del collettivo comunista di Turi che, invece, pensavano che indicazioni e direttive dell'Internazionale fossero sacrosante. 
A nutrire le loro certezze, forse, era anche l'inconscia speranza di ritrovare la libertà in breve tempo. Come riferisce il comunista Athos Lisa, nel suo rapporto al centro del partito nel 1933, redatto dopo la sua uscita dal carcere di Turi per amnistia, per Gramsci la classe operaia doveva ancora conquistare i contadini e altri strati sociali piccolo borghesi
"La lotta per la conquista diretta del potere è un passo al quale questi strati sociali potranno solo accedere per gradi in quanto la tattica del partito li conduca passo a passo a constatare la giustezza del proprio programma e la falsità di quello degli altri partiti politici". 
Perciò "Deve fare sua prima degli altri partiti in lotta contro il fascismo la parola d'ordine della 'Costituente' " non come fine ma come mezzo senza tema di apparire poco rivoluzionari. "La Costituente - riferisce sempre Lisa le parole di Gramsci - rappresenta la forma d'organizzazione nel seno della quale possono essere poste le rivendicazioni più sentite della classe operaia lavoratrice...dimostrando alla classe lavoratrice italiana come la sola soluzione possibile in Italia risieda nella rivoluzione proletaria".

5. Se si avrebbe buon gioco nel dire che la "democrazia necessaria" di Mortati non coinciderebbe concettualmente con la rivoluzione proletaria, cui pure Gramsci attribuisce la natura di "fine", rimane il fatto, fenomenologicamente più importante, che la stessa realizzazione della Costituente, (che ovviamente Gramsci si potè solo limitare a indicare come soluzione), diede vita proprio a quel luxemburghiano processo di democrazia, di "pressione ininterrotta" e di sovversione della società capitalista incarnata dalla democrazia liberale, ovvero dallo "Stato borghese"; una "democrazia liberale" che le stesse Istituzioni di Mortati (qui. pp.11-11.2), nell'analizzare le forme di Stato, indicano più volte come superata irrevocabilmente dalla nostra Costituzione. 
Dunque, l'attualizzazione storica del filo conduttore tracciato da Luxemburg e Gramsci, trova un riscontro nel "reale" (forse l'unico riscontro in Occidente) nel nostro processo costituente, portando ad una Costituzione che, senza troppe ombre di dubbio, delineerebbe la democrazia più avanzata mai concepita sul piano normativo.
L'adesione pluriclasse a questo "socialismo possibile" accolto in Costituzione - di cui dà parimenti atto Mortati ed in modo inequivoco (qui, p.5) -, proprio in quanto coinvolgente le classi produttive in precedenza contrapposte, in una sintesi tra operaismo e promozione della mobilità sociale anche piccolo-borghese, è d'altra parte ampiamente attestata dalla diretta definizione dei più eminenti esponenti della Costituente.

6. La chiave di lettura, non a caso, è fornita dall'interpretazione autentica dell'art.3, comma 2, che, assunto come norma caratterizzante di tutta la Costituzione (su un piano anche e squisitamente macroeconomico, v. infra), rende conto del carattere socialmente rivoluzionario della nostra Carta: oggettivamente rivoluzionario nel pragmatico adattamento al "reale" storico-nazionale, (non dogmatico), quale assunto da Luxemburg e Gramsci: un senso potenziato, non attenuato, dal suo valore legalitario supremo.

"Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice:
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società.  Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente...".

8. L'autore stesso della previsione costituzionale, cioè Lelio Basso (nella sua dichiarata connessione con la Luxemburg), si esprime in termini simili ma, naturalmente, molto più aperti sulla  sua natura socialista (ribadiamo condivisa da Mortati nella sua accezione "scientifica"):
“… L’art. 3, secondo comma, costituisce la norma fondamentale della Costituzione. La può sovvertire tutta; essa può rovesciare tutte le norme giuridiche. 
Ha in comune con l’art. 49 la negazione del formalismo giuridico, è l’apertura di possibilità di interpretazione realistica del diritto; impone allo Stato di fare una serie di leggi per eliminare le disuguaglianze di fatto; se si facesse veramente questo, se si rendesse possibile a tutti i lavoratori l’effettiva partecipazione alla organizzazione politica ed economica, ci sarebbe una società socialista, non ci sarebbe più il capitalismo, lo stato di classe, non più una classe dominante e una dominata
Questo è diventato norma, LO STATO HA L’OBBLIGO DI FARE TUTTE LE LEGGI CHE SPINGONO IN QUESTA DIREZIONE, E LE LEGGI CHE VANNO CONTRO DI ESSA SONO INCOSTITUZIONALI. Questo articolo in un certo senso è la smentita di tutta la Costituzione; cioè se non si realizza l’uguaglianza di fatto, tutto il resto della Costituzione è falso (v. art. 3, v. art. 1). 
È UNA NORMA "EVERSIVA", è un’affermazione all’interno della Costituzione che la Costituzione è un inganno, perché afferma di garantire dei diritti che garantiti non sono e che saranno garantiti solo quando sarà realizzato l’art. 3
È quindi una norma fondamentale che nega il valore di tutte le altre e consente di dichiarare che il nostro paese non è democratico e che finché l’art. 3, secondo comma, non sarà realizzato, nulla è vero di ciò che è scritto nella Costituzione. 
È la base di articoli successivi: diritto allo studio, al lavoro, alla sanità, a un salario equo, ecc. Il nostro paese ha bisogno di una democrazia sostanziale…” [L. BASSO, L’esigenza di una democrazia sostanziale e la nuova Costituzione repubblicana, in Dal fascismo alla democrazia attraverso la Resistenza, Padova, Collegio universitario D. Nicola Mazza, 1975, 108-112].

9. Sulle necessarie implicazioni che ciò comporta in termini di modello economico e di politiche fiscali e industriali ad esso strumentali, abbiamo l'ulteriore interpretazione "autentica" (qui, p.9) fornitaci dalla relazione della Presidenza della Commissione per lo studio dei problemi del lavoro del Ministero per la Costituente, un documento ripetutamente citato nei lavori dell'Assemblea, leggiamo:
“Fu esattamente detto che ad ogni forma di economia corrisponde un regime. E tutte le Sottocommissioni sono state unanimi, perciò, nell’auspicare che la nuova Carta costituzionale contenga almeno quei primi principii che, riconosciuto il lavoro come elemento della organizzazione sociale del popolo italiano, traccino le direttive della legislazione futura in materia di lavoro, in guisa tale che la dignità della sua funzione, la sua più ampia tutela ed ogni possibilità futura di sviluppo della sua posizione nell’ordinamento sociale siano assicurate.

Si è già rilevato che la Commissione ha considerato il lavoro come uno degli elementi ma non come il solo elemento rilevante della organizzazione economica e sociale. Da ciò bisogna dedurre il riconoscimento della proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi una tuttora persistente funzione del capitale privato nel processo produttivo.
La Commissione, nel suo complesso, tenuto anche conto delle risposte al questionario e degli interrogatorii, si è orientata verso un sistema eclettico che comprende così il principio della «sicurezza sociale» come quello del «pieno impiego», recentemente affermatisi in America ed in Inghilterra, con decisiva tendenza verso ogni forma di benintesa cooperazione.
La possibilità di occupazione nella attuale situazione non può essere creata che da una politica di spesa pubblica e da una politica di lavori pubblici. L’orientamento teorico della Commissione, come risulta anche dalla relazione della Sottocommissione economica, è volto verso le teorie della piena occupazione, in quanto essa risulti attuabile nel nostro sistema di produzione, teorie che stanno alla base dei piani Beveridge e consimili. La relazione rappresenta perciò una indicazione di politica economica che corrisponda alla realizzazione del principio giuridico del diritto al lavoro.”


10. Lo stesso Caffè, come sappiamo consulente di Ruini e co-redattore della c.d. Costituzione economica, conferma la centralità del principio di eguaglianza sostanziale e la necessarietà delle sue conseguenze politico-economiche
 "[Caffè] esortava i responsabili della politica economica a ricordare che "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini"...mentre "oggi ci si trastulla nominalisticamente nella ricerca di un nuovo modello di sviluppo e si continua a ignorare che esso, nelle ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione; nelle sue condizioni tecniche è illustrato nell'insieme degli studi della Commissione economica per la Costituente (1978)...".

11. Dopo questo excursus, torniamo all'interrogativo su quali siano (se pure esistano) le condizioni di ripristino di questa democrazia costituzionale
Ebbene, la risposta non può che risultare dalla coerenza con la linea interpretativa del socialismo che passa per Luxemburg, Gramsci e il "reale-legale" della nostra Costituzione. 
Si possono legittimamente accettare e argomentare anche altre soluzioni (in una sfera teorica di carattere essenzialmente politico-filosofico, ma ancora una volta avulse da solide basi macroeconomiche), ma si sarebbe costretti a ripercorrere, - a fronte di identici ostacoli posti dall'attuale restaurazione del modello di capitalismo sfrenato anteriore alla crisi del 1929, in forme solo posticciamente nuove, le stesse difficoltà e le stesse criticità indicate appunto da Luxemburg e Gramsci, e di cui si rintraccia l'unica soluzione positiva, in senso normativo, nella nostra Costituzione. 
Richiamiamo perciò, nella loro assoluta aderenza alla preconizzata evoluzione del capitalismo che ci troviamo a fronteggiare, le soluzioni "aggiornate" da Basso e che indicano l'attualità dell'alleanza pluriclasse di tutti i ceti produttivi attaccati e travolti dall'assetto internazionalista del mercato a oligopolio concentrato.

11.1. Della "reiterata" soluzione indicata da Basso offro un primo "estratto" più volte citato (p.4): la "struttura" offre connaturalmente la risposta di una lotta di classe...interclasse (in senso economico), coinvolgente tutti gli operatori economici degli "altri settori non monopolistici":
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbe piuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quello agricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico..."

11.2. La necessità, che attualizza, alle condizioni di sviluppo industriale e sociale della struttura economica italiana, le indicazioni di Gramsci, si compendiano in questa più ampia "profezia" di Basso, ormai avveratasi, che segnala la via della Costituente e, prima ancora, del ripristino del cammino attuativo incessante della nostra Costituzione e di cui riporto il passo saliente (rinviando naturalmente alla lettura integrale...per chi abbia più "motivazioni"):
"Quali siano queste trasformazioni di struttura abbiamo già più volte indicato: esse vanno dal superamento dell’economia di concorrenza alla conseguente distruzione della produzione indipendente, cioè non legata a gruppi (v. p.14), sia essa piccola, media o relativamente grande, dall’abbandono di certi tipi di produzione industriale alla trasformazione delle culture agrarie in relazione alle direttive dell’imperialismo americano e alle sue esigenze di sfruttamento di un solo grande mercato europeo, dalla cartellizzazione e cosiddetta “razionalizzazione” dell’industria, alla modificazione delle abituali correnti di traffico, dall’abbandono di difese doganali alla rinuncia a sovranità nazionali, dalla subordinazione dei poteri pubblici alle direttive dei monopoli fino alla creazione di un sistema di sicurezza del grande capitale capace di garantirgli la tranquillità del profitto e di socializzarne le perdite
Tutto questo processo è evidentemente destinato ad accrescere la disoccupazione operaia, ad aumentare il livello di sfruttamento delle masse contadine, e, in misura forse ancora maggiore, a sgretolare e pauperizzare i ceti medi, a soffocare ogni libertà di pensiero e ad avvilire intellettuali e tecnici al rango di servi dell’imperialismo
Non importa se i nostri avversari si riempiono la bocca di formule altisonanti di democrazia: la loro politica, più ancora di quella di Hitler, è la minaccia più grave che abbia fino ad oggi pesato sulle possibilità di sviluppo democratico dell’uomo moderno.
È chiaro perciò che la politica della classe operaia deve essere una politica capace di interessare non soltanto gli operai stessi, ma altresì tutti quei ceti - e sono l’immensa maggioranza della popolazione - che la politica dell’imperialismo distrugge od opprime sia economicamente sia spiritualmente (sempre qui, p.4 e peraltro nel solco di una precedente visione di Gramsci e Rosa Luxemburg) e coi quali noi dobbiamo ricercare i mezzi e le vie per creare un nuovo equilibrio di forze sociali che rovesci quello oggi in via di consolidamento. 
Dev’essere chiaro per tutti che le forze, che oggi si sono insediate al governo del nostro paese, non hanno alcuna possibilità di tornare indietro dalla strada su cui si sono avviate (qui, pp. 7-8 e qui) e che è la strada del domino totalitario dello stato per conto dei grossi interessi capitalistici; e che perciò la sola possibilità offerta a chi non vuole soggiacere a questa nuova edizione del regime fascista che si profila, è di opporvisi con tutte le proprie energie, non per tornare indietro o per stare fermi, ma per allearsi con tutte le forze decise a creare un nuovo equilibrio che segni un passo avanti sulla strada della democrazia e del progresso."
Ciclo totalitario (3), «Quarto Stato», 1-31 lug.-15 ago. 1949, n. 13/14/15, pp. 3-6.

domenica 12 novembre 2017

CAFFE', LA COSTITUZIONE DEL LAVORO, L'EFFICIENZA DEL MERCATO E LA FABBRICA DI FORMAGGIO DI KEYNES

https://www.ideesoluzioni.it/wp-content/uploads/John-Maynard-Keynes-La-difficolt%C3%A0-non-sta-nel-credere-alle-nuove-idee-ma-nel-fuggire-dalle-vecchie.jpg

1. Come sappiamo, per via della interpretazione "autentica" di Caffè e Ruini (il cui contributo al modello economico accolto in Costituzione è fondamentale) la Costituzione italiana, del 1948, è coscientemente keynesiana: questa scelta non è senza conseguenze, poiché il modello economico, e dunque l'assetto socio-politico, conformato in Costituzione ha valore normativo supremo, cioè intangibile (il che, in termini, normativi significa "non suscettibile di revisione neppure costituzionale"), e quindi ineludibilmente vincolante per il plesso Governo-Parlamento.

Per questo ci pare interessante richiamare il pensiero di Caffè (maestro dai troppi allievi che "prendono le distanze", con pensieri, parole opere ed...omissioni), in questi tempi oscuri, in cui le elites "cosmopolite" (finanziarie e grande-industriali) che dominano il mercato (internazionalizzato), e che sotto la sua facciata nominalistica, "governano" (qui, p.8.1.), cioè decidono per tutta la comunità nazionale, sostituendosi alla sovranità popolare, con il fine inevitabile e strutturale di proteggere e massimizzare le rendite oligopolistiche di cui sono beneficiarie.
E qui soccorre una prima citazione di Keynes, relativa alla stabilità dei prezzi, cioè al perseguimento di un'inflazione stabile e appostata su un target oggettivamente basso, con la giustificazione che ciò sia indispensabile per quel controverso valore che è la "stabilità monetaria":
"Entrambe [inflazione e deflazione] sono "ingiuste" e deludono ragionevoli attese; ma, mentre l'inflazione, alleviando l'onere del debito nazionale e stimolando le imprese, mette un contrappeso sull'altro piatto della bilancia, la deflazione non offre alcuna contropartita. (1975, p. 147).
...la deflazione comporta un trasferimento di ricchezza ai rentiers, e a tutti i detentori di effetti monetari, da parte del resto della comunità; così come l'inflazione comporta un trasferimento di segno opposto. In particolare la deflazione comporta un trasferimento di ricchezza da tutti i debitori (vale a dire: commercianti, industriali e agricoltori) ai creditori; dagli elementi attivi a quelli inattivi. (1975, p. 144).
Se dunque, il livello dei prezzi esterni è al di fuori del nostro controllo, dovremo accettare che o il livello dei prezzi interni o il tasso di cambio subiscano l'influsso esterno. E se il livello dei prezzi esterno è instabile, non potremo mantenere contemporaneamente stabili sia il livello dei prezzi interni sia il tasso di cambio. (1975, p. 148)".

2. Di questi tempi oscuri, appunto, Caffè aveva immediatamente riconosciuto gli albori, fino a denunciarne, alla vigilia della sua misteriosa e prematura scomparsa, gli esatti meccanismi politici di "instaurazione".
Riportiamo al riguardo un brano citato da Arturo e ne sottolineiamo i vari passaggi, via via, con una serie di citazioni tratte dall'opera di Keynes (in particolare da "Esortazioni e profezie" e dalla "Teoria Generale") che illustrano come, lungi dal rappresentare una novità, l'aspirazione al "governo del mercato", sia, nel corso degli ultimi due secoli (abbondanti), estremamente ripetitiva e addirittura monotona: nei nostri giorni, non basta quindi il pluridecennale espediente, di marketing politico, della denominazione come "costruzione €uropea" (che raccoglie "la sfida della globalizzazione"), a emendare la trita obsolescenza e di questa tendenza, tutt'altro che irenico-kantiana, delle oligarchie a soffocare la democrazia.

2.1. Il discorso di Arturo muove dalle critiche di Caffè alla svolta del PCI berlingueriano, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 (così densi di traumi politici ma anche di un'inusitata accelerazione del "lo vuole l'Europa"), e ci fornisce un dettagliato quadro politico-economico dei suoi obiettivi. In sintesi, si può dire che "l'abbandono al suo destino" del modello, e della legalità, costituzionali, avviene proprio in quegli anni (che, non a caso, coincidono con l'inizio dell'incessante tentativo di ratificare la pretesa abrogazione della c.d. Costituzione economica, mediante l'idea di alchimie costituzionali definite come Grande Riforma):
"...quelle critiche di inizio anni Ottanta meritano di essere tirate fuori tutte, non solo il "famoso" Processo a Berlinguer.
Qui Caffè sta commentando un documento, elaborato dal Pci, “Materiali e proposte per una programma economico-sociale e di governo dell’economia”
E’ per motivi del genere che ho provato un estremo disagio, una sensazione di vero tradimento intellettuale, là dove si parla di «programmazione che agisca in un quadro... in cui operano le leggi di mercato»; o di imprese che «devono misurare la loro efficienza sul mercato»; o di rifuggire (sempre per assicurare una « politica di programmazione nell’ambito di un’economia di mercato ») da «vincoli troppo rigidi», «dal rischio di impiantare un sistema soffocante di norme e di procedure».
3. Dunque già si coglie come l'operare efficiente delle leggi del mercato debba implicare la limitazione del perimetro dello Stato, che determinerebbe vincoli rigidi e un sistema soffocante: ma soffocante di cosa? 
Vediamo cosa ne dice Keynes, cioè, in definitiva, il modello economico-costituzionale, dell'intervento socio-economico dello Stato, cosa da cui si intuisce quale sia il prezzo, in termini di crescita e occupazione, dell'ideologia che predica di rinunciarvi; aggiungerò, accanto alle principali proposizioni keynesiane, le norme costituzionali corrispondenti (quasi alla lettera):   
"L'agenda [le cose da fare] più importanti dello Stato non riguardano le attività che i singoli individui già svolgono, ma le funzioni che cadono al di fuori della sfera dell'individuo, le decisioni che, se non assume lo Stato, nessuno prende. Importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno già facendo, e farle un po' meglio o un po' peggio, ma fare le cose che al presente non vengono fatte per niente. (1975, p. 237).
"Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento si dimostrerà l'unico mezzo per consentire di avvicinarci alla occupazione piena (artt. 1, 4 e 42-43 Cost.) sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con la privata iniziativa (art.41 Cost.). [...] I controlli centrali necessari ad assicurare l'occupazione piena (art.41 in connessione con l'art.4 Cost.) richiederanno naturalmente una vasta estensione delle funzioni tradizionali di governo. (1968)."
Mentre quindi, l'allargamento delle funzioni di governo, richiesto dal compito di equilibrare l'una all'altro la propensione a consumare e l'incentivo ad investire, sarebbe sembrato ad un pubblicista del diciannovesimo secolo o ad un finanziere americano contemporaneo una terribile usurpazione ai danni dell'individualismo, io lo difendo, al contrario, sia come l'unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti, sia come la condizione di un funzionamento soddisfacente dell'iniziativa individuale (art.41 Cost., comma 2, in relazione, oggi più che mai, all'art.47 nonché all'art.45, comma 2.).
(Prosegue Caffè): "Non si può fare a meno di trasecolare che si diffondano tali convincimenti in un paese in cui, da parte di persone in posizioni di responsabilità nella politica economica, vi è stato di recente (tanto per fare un esempio tra i numerosissimi che sarebbero possibili) un esplicito riconoscimento della esistenza di forme di intermediazione finanziaria che non si riescono né a censire, né a regolamentare. Perché, in situazioni del genere, sostenere linee di pensiero che, sostanzialmente, forniscono un avallo ai ricorrenti addebiti della economia ingessata, soffocata da intralci e oberata dai controlli; quando, nella realtà, lo smodato arbitrio di ristretti centri di potere e l’arrogante impiego che ne viene fatto privano di ogni significato operativo la cosiddetta « economia di mercato »? Quale indicatore di efficienza può esso fornire e a quali sue « leggi » si può validamente far appello?
Keynes:
" Gli speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni. Quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male. Se alla Borsa si guarda come a una istituzione la cui funzione sociale appropriata è orientare i nuovi investimenti verso i canali più profittevoli in termini di rendimenti futuri, il successo conquistato da Wall Street non può proprio essere vantato tra gli straordinari trionfi di un capitalismo del laissez faire. Il che non dovrebbe meravigliare, se ho ragione quando sostengo che i migliori cervelli di Wall Street sono in verità orientati a tutt'altri obiettivi."
"l'esistenza di possibilità di guadagni monetari e di ricchezza privata può instradare entro canali relativamente innocui, pericolose tendenze umane, le quali, se non potessero venir soddisfatte in tal modo, cercherebbero uno sbocco in crudeltà, nel perseguimento sfrenato del potere e dell'autorità personale e in altre forme, di auto-potenziamento. È meglio che un uomo eserciti la sua tirannia sul proprio conto in banca che sui suoi concittadini; e mentre si denuncia talvolta che il primo sia soltanto un mezzo per raggiungere il secondo, talaltra almeno ne è un'alternativa. Ma per stimolare queste attività e per soddisfare queste tendenze non è necessario che le poste del gioco siano tanto alte quanto adesso. Poste assai inferiori serviranno ugualmente bene, non appena i giocatori vi si saranno abituati. (1968)"
(Prosegue Caffè): Non intendo commentare ogni singolo punto di un documento vasto, complesso e, nell’insieme, costruttivo. Ho scelto solo un aspetto denso di pregiudizievoli ambiguità e che mi consente di sottolineare che, in un clima intellettuale pluralistico, le forze progressiste hanno il compito, mi sembra, di confutare con intransigenza le idee sostenute dalla rinnovata «saggezza convenzionale»; rinnovata nella influenza soverchiarne, ma ancorata a concezioni che rimangono retrograde, miopi, antistoriche.
Keynes: La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale. (2006, p. 344).
Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. (1971)
(Prosegue Caffè): Tra le cose che dovremmo lasciarci dietro le spalle vi è il pensare che un controllato moderatismo giovi ai fini della acquisizione di un maggiore consenso. Dovremmo aver ormai appreso che il gioco al rialzo, da parte dei fautori della « saggezza convenzionale » non ha mai termine; ed è un gioco che, qualora fosse ancora in grado di suscitare illusioni o acquiescenze, provocherebbe anche una netta dissociazione intellettuale da parte di chi non ritiene che giovi in questo campo alcun tipo di compromesso.”. (F. Caffè, Le preoccupazioni di un critico della efficienza del mercato, Politica ed economia, 1982).
Ed ecco Keynes, laddove il "gioco al rialzo", specie nel 1982, nel pieno della ipostatizzazione del nuovo "Statuto della moneta" e all'indomani del "divorzio", riecheggia la irresistibile tendenza al ritorno, in qualsiasi forma (resa in qualche modo accettabile), al gold standard e alla disciplina del riottoso lavoro mediante flessibilità e disoccupazione. Naturalmente, poi, il "rialzo" interminabile (oggi denominato le "riforme strutturali") riguarda la "moralizzazione virtuosa" della spesa statale e la "modernizzazione" del mercato del lavoro, troppo "ingessato" per corrispondere alle "esigenze delle imprese":
"[...] la disoccupazione si sviluppa perché la gente vuole la luna: gli uomini non possono essere occupati quando l'oggetto del desiderio (cioè la moneta) è qualcosa che non può essere prodotta e la cui domanda non può essere facilmente ridotta. Non vi è alcun rimedio, salvo che persuadere il pubblico che il formaggio sia la stessa cosa e avere una fabbrica di formaggio (ossia una banca centrale) sotto il controllo pubblico. (2006, p. 426)."
Se un determinato produttore, o un determinato paese, taglia i salari, si assicurerà così una quota maggiore del commercio internazionale fino al momento in cui gli altri produttori o gli altri paesi non facciano altrettanto; ma se tutti tagliano i salari, il potere d'acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si sono ridotti i costi: e anche qui nessuno ne trae vantaggio. (1975, p. 107).
Il risultato sarebbe necessariamente un aumento sostanziale del numero dei disoccupati che riscuotono un sussidio ed un calo degli introiti fiscali in conseguenza dei minori redditi e dei minori profitti. Per la precisione, le conseguenze immediate di una riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l'opposto di quelli che si avrebbero se si finanziassero nuovi lavori pubblici aumentando l'indebitamento. (1975, p. 121)

giovedì 9 novembre 2017

L'ADDENDUM BCE COME SOSTITUTIVO DEL BAIL-IN NELL'ESPROPRIO DEL PATRIMONIO ITALIANO




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1. E parliamo del nuovo Addendum emanato dalla BCE e che, dovrebbe (salvo ripensamenti, v. infra) entrare in vigore dal 1° gennaio 2018.
La "disputa" col parlamento UE sulla competenza o meno della stessa BCE avrebbe un rilievo marginale, poiché è incentrata su profili giuridici invocati "fuori tempo massimo": primo fra tutti quello per cui, nell'UE, possa vigere una "riserva di legge" parlamentare, smentito dalla stessa impostazione dei trattati che fa del parlameno un co-decisore subordinato all'agenda delle altre, e più importanti, istituzioni della effettiva governance €uropea, come ci conferma l'interpretazione autentica di Barroso
Adesso, quindi, pare oggettivamente cavilloso invocare la chimera della Rule of Law in accezione assembleare-elettiva, dopo decenni di costruzione tecnocratica e ideologicamente antiparlamentarista dell'UE, cioè quando ormai la prevalenza del soft-law in ambito €uropeo si è innalzata a prassi applicativa dei trattati, in una forma talmente consolidata  che rende del tutto improbabile l'accoglimento da parte della Corte di giustizia UE di un (traumatico?) ricorso del parlamento UE contro "l'atto" della BCE come autorità di vigilanza.

2. Ribadiamo cosa sia il soft law, nelle sue variegate forme, ma unitario nella sua natura e finalità sostanziale:
"La locuzione soft law, prestito non adattato dall'inglese[1], indica nel linguaggio giuridico norme prive di efficacia vincolante diretta.
Il concetto nasce nel diritto internazionale degli anni settanta del XX secolo come strumento alternativo al trattato internazionale, utilizzato quando, per vari motivi, le parti non vogliono o non possono ricorrere al medesimo.
Il concetto è piuttosto sfumato, denotando una variegata gamma di fenomeni normativi: dai codici di autoregolamentazione adottati da singole imprese o altre organizzazioni, ai codici deontologici o simili adottati da associazioni professionali o di categoria; da taluni atti di diritto internazionale, alle raccolte di principi e regole, di origine spontanea, elaborate da organizzazioni nazionali o internazionali, governative o non governative, sebbene le loro norme possano essere successivamente recepite in un trattato". (NdQ: o in altra fonte riconducibile a trattati, come appunto un Addendum BCE)
3. Il problema del soft-law rispetto all'instaurazione dell'Unione bancaria in tutti i suoi strumenti volti a perseguirne i reali obiettivi (qui, p.2: non quelli improvvidamente dichiarati dai nostri politici) lo abbiamo già affrontato e in questo caso il suo meccanismo ritorna con manifesta evidenza: esso ha a che vedere con l'ordine internazionale dei mercati, in questo caso finanziari, che si impone attraverso trattati intrecciati ai più diversi livelli, creando quella "medievale" pluralità di fonti, sottratte al controllo democratico dei parlamenti dei popoli che ne subiscono le previsioni, ed il cui contenuto è caratterizzato dalla indeterminatezza dei precetti, in quanto il testo relativo è disseminato di concetti che rinviano ad un'amplissima discrezionalità tecnica. 
E la discrezionalità tecnica, esercitata da organi legittimati dal diritto di organizzazioni internazionali "specialistiche" ovvero da organizzazioni economiche sovranazionali con funzioni di "indirizzo", ma che si ritagliano perciò uno spazio di supremazia incontrastabile, è la più forte dislocazione del potere decisionale e dello stesso indirizzo politico nel nostro tempo (qui, p.3): 
"Il metodo è il seguente: la forza bruta dei mercati, organizzata in istituzioni sovranazionali composte da esponenti del mondo bancario-finanziario designati, all'interno della relativa comunità di privati stakeholders, da governi composti e comunque istituzionalmente condizionati da tali stakeholders, decide le vite dei cittadini di uno Stato (formalmente) democratico, fino a intaccarne gli interessi materiali più direttamente legati al benessere "minimo e fondamentale". 

4. Lo schema è puntualmente confermato dall'Addendum "alle linee guida della BCE per le banche sui crediti deteriorati (NPL): livelli minimi di accantonamento prudenziale per le esposizioni deteriorate":
A) la sua "base" normativa  è meticolosamente indicata nelle "linee guida" e nei "principi fondamentali", dettati per un'efficace vigilanza bancaria (rigorosamente "prudenziale", cioè, v. qui, p.2, fondata su indici cautelativi generali a controllo eventuale e comunque successivo allo svolgimento dell'attività vigilata), dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (CBVB). 
Segue lunga elencazione di "fonti" collegate a e derivate da "Basilea 2" nonché dei conformi e, a loro volta, "tecnicamente indeterminati" articoli della "Quarta direttiva sui requisiti patrimoniali" (Capital  Requirements Directive, CRD IV: ovvero "Direttiva 2013/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, sull’accesso all’attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, che modifica la direttiva 2002/87/CE e abroga le direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE (GUL 176 del 27.6.2013, pag. 338).(pagg.3-4 dell'addendum);

B) c'è un'ambiguità sostanziale sul grado sfumato di vincolatività (già di per sè "prudenziale"), del livello minimo di accantonamenti da disporre in relazione ai crediti "deteriorati" (NPE) ma non ancora "in aperta sofferenza" (NPL), con previsioni disseminate di sfumature di ragionevolezza e di valutazioni che la BCE "potrebbe" differenziare caso per caso
A titolo di esempio (enfasi sulla terminologia confermativa), ma rammentando che la norma giuridica, in quanto vincolante, "dispone" in modo inequivoco, in omaggio alla "certezza del diritto" e al principio di tipicità legale degli obblighi imposti dalle "Autorità", e si esprime quindi all'indicativo e non al "condizionale":
"Le banche sono incoraggiate a colmare potenziali lacune rispetto alle aspettative prudenziali minime appostando il massimo livello di accantonamenti possibile in linea con il principio contabile applicabile. Se il trattamento contabile applicabile non consentisse di raggiungere i livelli minimi di accantonamento prudenziale, la banca dovrebbe rettificare di propria iniziativa il capitale primario di classe 1, conformemente al disposto dell’articolo 3 del CRR in merito all’adozione di requisiti più stringenti.
Le banche dovrebbero riferire in merito al raggiungimento dei livelli minimi di accantonamento prudenziale definiti nel presente addendum almeno con frequenza annuale e motivare eventuali scostamenti all’autorità di vigilanza (cfr. sezione 5, concernente le comunicazioni all’autorità di vigilanza). 
Scostamenti rispetto ai livelli minimi sono ammissibili qualora una banca sia in grado di dimostrare, nel quadro di un processo periodico di “conformità o spiegazione” e sulla base di evidenze accettabili, che:
a) la calibrazione dei livelli minimi di accantonamento prudenziale non si giustifica per uno specifico portafoglio o esposizione (ad esempio il debitore effettua, in modo verificabile, regolari pagamenti parziali che corrispondono a una frazione significativa dei pagamenti originariamente stipulati per contratto, ovvero l’applicazione dei livelli minimi darebbe luogo a una copertura superiore al 100% dell’esposizione in combinazione con requisiti patrimoniali di primo pilastro per il rischio di credito); oppure 
b) l’applicazione dei livelli minimi non è ragionevole in circostanze giustificate (ad esempio “pulling effect” su tutte le esposizioni in bonis di un debitore). Al processo di “conformità o spiegazione” farà seguito una valutazione di vigilanza in merito agli scostamenti e alle relative giustificazioni".

C) In questo quadro di "concetti indeterminati", la discrezionalità tecnica sulla casistica "valutabile", però, immette criteri, o precetti (ad applicazione sempre indeterminata) draconiani. Sempre a titolo esemplificativo: 
"Per le esposizioni interamente garantite e per quelle parzialmente garantite il valore della garanzia reale dovrebbe essere rivisto regolarmente in conformità alle linee guida sugli NPL, e ogni variazione dovrebbe essere presa in considerazione tempestivamente ai fini della costituzione dei livelli minimi di accantonamento. Dato il rischio di esecuzione intrinseco nella realizzazione del valore della garanzia reale, le banche dovrebbero esaminare con molta attenzione i casi in cui la parte garantita dell’esposizione aumenta nel tempo. Tali casi andrebbero corroborati da solide evidenze che dimostrino la sostenibilità dell’aumento delle valutazioni come altresì illustrato nelle linee guida sugli NPL con riguardo ai beni immobili".

5. E però, tutto questo, pur disseminato in una pletora di previsioni dall'evidenziato carattere indeterminato, si appoggia sul presupposto, enunciato  in premessa (pag.4), di una ben precisa conseguenza perentoria e vincolante, con un elevatissimo carattere di sanzione conformativa (la più forte e onerosa per gli operatori bancari): 
"Laddove i livelli di accantonamento fossero ritenuti inadeguati a fini prudenziali, le autorità di vigilanza sono tenute ad assicurare che le banche riesaminino e innalzino il relativo grado di copertura dei rischi in modo da soddisfare le aspettative di vigilanza".
6. In sostanza i livelli minimi degli accantonamenti, per crediti classificabili, - coi nuovi criteri ABE-, come NPE a partire dal 1° gennaio 2018, "indipendentemente dalla loro classificazione in qualsiasi momento anteriore a tale data", tenendo conto della "anzianità" del "deterioramento" (appunto riclassificato dal 1° gennaio 2018), sono rideterminati proprio in funzione di una obbligatoria "revisione" del valore delle garanzie
Conseguenza lampante e inevitabile, rispetto alla congiuntura italiana del mercato immobiliare, che include non solo immobili residenziali ma anche i complessi aziendali delle PMI: ciò determina un inevitabile innalzamento della parte "non garantita" e quindi da coprire con accantonamenti al 100% da...subito

7. Ed infatti, tali livelli "minimi" (ossimoro, trattandosi del 100%) di accantonamento sono rideterminati, appunto, al 100% del valore nominale del credito iscritto in bilancio, nel modo seguente: le maggiori coperture valgono, da subito, e poi via via sui futuri incagli, per la parte non garantita dei crediti (in Italia la gran parte) "incagliati" da almeno 2 anni (anzianità che si calcola a ritroso dal momento della nuova classificazione), ma anche per la parte garantita degli "incagli" con almeno 7 anni di anzianità (riclassificata). 
Spero sia chiaro come, secondo questa complessiva disciplina, la "parte garantita" tenderà inevitabilmente a decrescere, per l'appunto, una volta assolto l'obbligo di "rivedere regolarmente" il valore della garanzia reale.

8. Ora la "stabilità" finanziaria, sempre invocata come ragione immanente di tutta la disciplina bancaria dettata per l'eurozona, non viene certo tutelata dall'introduzione di norme del genere quantomeno rispetto alla realtà italiana: tale stabilità coincide con la capacità/aspettativa di restituzione dei debiti da parte di ogni tipo di debitore. 
La BCE non può non essere consapevole che questo modo di applicare i criteri largamente indeterminati (e non direttamente precettivi) di Basilea 2 (e fonti susseguenti), si innesta nell'eurozona e, in particolare, sul sistema economico italiano che, è impegnato in un "aggiustamento" (qui p.1, nella spiegazione dello stesso Draghi) mirato esclusivamente a rendere sostenibile l'euro attraverso il "consolidamento fiscale", che drena incessantemente liquidità e diminuisce occupazione stabile (e quindi debitori solvibili e garantiti), redditi da lavoro e fatturati delle imprese, che si fondano prevalentemente sulla domanda interna (in quanto, ovviamente, non coinvolte nella ristrutturazione competitiva  per una crescita esclusivamente determinata dalle esportazioni: ma anche in tal caso, secondo l'Istat, tali imprese "Global" dipendono al 55% dalla domanda interna medesima, cfr. p.11). 

9. In questa situazione, infatti, i valori immobiliari (residenziali e aziendali) sono destinati ad una gigantesca depatrimonializzazione, in gran parte verificatasi: Bankitalia, con un recente (e moderato) studio, fa emergere, al 2016, una perdita di "valore" della ricchezza patrimoniale immobiliare italiana di circa 300 miliardi dal 2012 e di 600 dal "picco" del 2010.
Cosa vi sia di "ragionevole" e di funzionale alla tutela del risparmio in tutto ciò non è dato di comprendere: quello che si comprende è che se entrerà in vigore l'Addendum (la Nouy "apre" a uno "slittamento" ma sempre molto sul vago) le esigenze di accantonamenti aggiuntivi, da effettuare con "capitale primario di classe 1", - non certo disponibile all'interno del sistema bancario italiano già messo a dura prova dalla prima "dose" di applicazione dell'Unione bancaria -, a fronte di una parte garantita del credito in costante e inevitabile diminuzione, avranno conseguenze devastanti sia per il sistema bancario italiano che, ancor peggio, per i debitori in difficoltà.

10. I crediti incagliati e in sofferenza di questi ultimi, - imprenditori giugulati dalla caduta della domanda interna ("letteralmente uccisa" diceva Monti) e mutuatari spesso disoccupati o precarizzati- saranno sottoposti a esecuzione con assegnazione diretta (qui, p.5), in varie forme nuove e in crescente progettazione, dei beni costituenti la garanzia, al sistema bancario o, ancor più, ai cessionari (a prezzi stracciati) dei crediti stessi
L'intero patrimonio immobiliare e il capitale fisico investito in aziende andrà ulteriormente in sovraofferta (sul mercato delle esecuzioni forzate privatizzate), cioè i prezzi di "realizzo" da parte di oculati acquirenti, per lo più, inevitabilmente, stranieri, diverranno stracciati
Si avrà così l'innesco di una colossale svendita della ricchezza patrimoniale privata italiana a favore di acquirenti opportunisti che, in assenza di queste regole, e quindi dell'Unione bancaria e dell'euro, non avrebbero mai sognato un tale ben godi.

11. In pratica, le nuove regole dell'Addendum agiscono in modo analogo al bail-in, nei termini che avevamo segnalato qui: preso atto della difficile praticabilità politica del ricorso al bail-in sistematico, e opposta dal governo italiano una certa resistenza con la preferenza (autopreservativa) per il burden sharing (che significa sacrificio "solo" di azionisti e creditori subordinati, e non anche dei correntisti-depositanti, con ricapitalizzazione pubblica e risanamento successivo mediante svendita delle sofferenze e successiva cessione sul mercato "privato" delle banche risanate con debito pubblico aggiuntivo), si ricorre ad un diverso sistema di accelerazione della depatrimonializzazione bancaria e di realizzo, in rivalsa, sul patrimonio privato di famiglie e imprese.

11.1. E tutto origina dal "fate presto" cioè dall'euro, in un processo a cascata che, sempre nell'appartenenza all'eurozona, trova il suo innesco e la sua giustificazione "etica" (ancora qui, pp.4-6). 
"Dunque, occorre, con ogni mezzo, porre gli italiani nella condizione di DOVERSI indebitare (preferibilmente verso creditori esteri) e di essere "vincolati" a "realizzare" la loro garanzia patrimoniale, così ghiotta, escogitando una serie di meccanismi collegati per renderli insolventi (cioè incapaci di ripagare il debito con i loro redditi).
L'effetto sostanziale e "ultimo" di questa artefatta manovra basata sul "fate presto" e sulla fantasticazione della insostenibilità del nostro debito pubblico, (che, infatti, a seguito di queste politiche, è aumentato rispetto al PIL e diviene poi realmente a pericolo insostenibilità, essenzialmente per la mancata crescita del numeratoro PIL, cioè dei redditi degli italiani), è stato dunque l'impoverimento e il conseguente dilagare delle insolvenze dei privati cittadini (per mutui sulla casa e per crediti vari al consumo) e delle imprese (che non solo fronteggiano una crescente pressione fiscale, indotta da queste politiche, ma non hanno più chi, sul mercato interno, compra ciò che producono).
... L'Unione bancaria ha un grande pregio agli occhi di ESSI (che perseguono gli obiettivi dell'oligarchia mondialista di Wall street e passano per la Commissione UE, via imposizione del paradigma pro-Germania): è estremamente efficiente nello  spalmare l'effetto dell'insolvenza su tutti i patrimoni mobiliari, allargando a dismisura la "responsabilità patrimoniale" di sistema a soggetti che, pure, possono NON aver affatto contratto debiti "incagliati": cioè TUTTI gli azionisti, TUTTI gli obbligazionisti e, soprattutto, TUTTI i correntisti.  Ma siccome dal bail-in deriva anche l'obbligo della banca assoggettata di imporre il "rientro" di tutti i crediti comunque erogati, il meccanismo incide pure sui mutui ipotecari e, comunque, su tutto il mercato immobiliare che va in ulteriormente accelerata sovraofferta di (s)vendite".

11.2. Invece del bail-in avremo dunque i "nuovi livelli minimi" di accantonamento per incagli e sofferenze, con anzianità riqualificata a ritroso proprio a partire, e proprio per i crediti "garantiti", dalla crisi euroindotta.  Per l'anno che verrà, la musica non cambia: l'Ital-tacchino è sempre il pezzo forte del menu dell'€uropa della pace e della cooperazione. 
E va rilevato che, comunque, 7 anni di anzianità dell'incaglio, calcolati a ritroso dal 2018 (sia rinviata o meno l'entrata in vigore delle "linee" sui nuovi livelli di accantonamento e sulla revisione dei valori delle garanzie sottostanti), travolgono le posizioni dei debitori non in default, ma solo in temporanea difficoltà, che hanno ottenuto crediti erogati poco prima della "cura Monti", e che quindi avevano un profilo di merito/rischio, e potevano offrire valori di garanzia, stimati nelle ben più favorevoli condizioni anteriori alla "distruzione della domanda interna".

11.4. Sintesi riassuntiva
con l'addendum si arriva, prima di tutto, a porre uno standard di ricapitalizzazione insostenibile (nella situazione relativa dell'economia italiana e anche in assoluto).

Da ciò si innesca una corsa verso 3 esiti vincolati (nel senso di concretamente inevitabili):
a) il bail-in per sostanziale conclamata insolvenza della banca incapace di ricostituire il suo capitale a fronte delle svalutazioni in bilancio dei suoi attivi e delle garanzie;

b) la riuscita della ricapitalizzazione, laddove, per ragioni forse casuali, i crediti erogati, e garantiti, negli ultimi 7 anni presentassero un (anomalo) basso grado di "incagli" (se non fossero garantiti l'anzianità per attualizzare l'obbligo di accantonamenti al 100% sarebbe di 2 anni); comunque in tal caso, il capitale utilizzato verrebbe, inevitabilmente, da soggetti finanziari esteri che assumerebbero il controllo della banca "fortunella";

c) un burden sharing con successivo intervento di ricapitalizzazione pubblica: e qui, però, di fronte al volume di capitale aggiuntivo imposto da accantonamenti al 100% (unito alle svalutazioni delle garanzie), - diciamo una cinquantina di miliardi - lo Stato italiano si troverebbe in condizioni critiche e con la probabile opposizione delle autorità UE bancarie e sulla "concorrenza".
ERGO: dopo inenarrabili drammi altamente mediatizzati, si tornerebbe all'ipotesi a) (che comunque, tra l'altro, conduce poi a delle new-banks acquisite da investitori esteri, cioè all'esito dell'ipotesi b).



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P.S. 
Di questo rassicurante understatement di Bankitalia ne riparliamo qualche mese dopo che l'Addendum sarà entrato in vigore (quale che sia la data relativa), via via che BCE potrà esigere e verificare la revisione dei valori delle garanzie immobiliari (specialmente se verrà introdotta una nuova, o reiterata, imposizione patrimoniale, magari straordinaria, sulla ricchezza immobiliare; e anche mobiliare, peraltro, dato che i mutui ormai si restituiscono col risparmio che spiega la preferenza per la liquidità degli italiani):
L’obiettivo cruciale della riforma di Basilea 3 non è quello di inasprire i requisiti prudenziali delle banche ma quello di assicurarne la comparabilità. Si vuole evitare che l’uso di modelli interni possa determinare un’eccessiva variabilità tra banche nei livelli minimi di capitale richiesti e, in particolare, evitare che un uso eccessivamente spinto di questi modelli da parte di alcuni istituti «outlier» possa ridurre troppo i requisiti prudenziali.
È questo il messaggio principale espresso ieri dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, nel corso del suo intervento al Comitato esecutivo dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, voluto per fare il punto sui lavori del comitato di Basilea per completare la riforma.
Signorini ha spiegato che il principio della sensibilità al rischio viene mantenuto e che i metodi di calcolo dei requisiti dovranno essere rigorosi e sensibili al «rischio effettivo».
«Non si devono aumentare in modo significativo i requisiti patrimoniali – ha aggiunto – e la riforma deve essere attuata con tutta la gradualità necessaria» come indicato dal gruppo dei Governatori del G20. La Banca d’Italia condivide pienamente questa posizione: «Le banche che adottano il modello standard approvato dal Comitato di Basilea, che in Italia sono la maggioranza – ha affermato Signorini – per definizione non sono outlier, e a nostro avviso il modello standard non dovrebbe prevedere, in media, incrementi».
Soddisfatto per le rassicurazioni della Banca d’Italia è il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini. «Dall’incontro sono emerse importanti convergenze» ha spiegato al termine dell’incontro. Sabatini, che è anche presidente del Comitato esecutivo della Federazione bancaria europea, ha sottolineato come sia importante che il lavoro del Comitato di Basilea rispetti il mandato ricevuto e non ci siano significativi aumenti dei requisiti di capitale. Secondo l’Abi riguardo al modello standard per i requisiti di capitale «si va nel senso auspicato dalla Federazione bancaria europea».