giovedì 22 giugno 2017

ER PARTITO? "FAMOLO STRANO" (MA SEMPRE SECONDO IL MARK€TING)


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1. In esito a "er dibbattito" apertosi nel post sulle possibili alleanze, trovo interessante rimarcare un paio di punti.
Il primo è qualcosa che mi è già capitato di dover evidenziae, in varie occasioni di dialogo con attivisti politici (o ex-tali o aspiranti tali) esponenziali di un sovranismo di sinistra.
["Breve" inciso non secondario: dico così per semplificare, perché ormai il termine "sovranismo" è considerato impraticabile perché i media e le "voci autorevoli" mainstream" hanno deciso che esso equivale a fascismo-xenofobia e quindi....ci si adegua e si rinuncia all'uso, prima ancora che del lemma (significante), del concetto stesso (significato), dando all'ipotizzato avversario il vantaggio di determinare la "tua" agenda a suo piacimento, godendo, grazie a un pervasivo controllo mediatico, di un potere di interdizione praticamente illimitato
E questo secondo la migliore tradizione orwelliana del totalitarismo: bisogna privare chi eserciti qualunque forma anche larvale di dissenso, delle stesse parole per definire "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Se ci si vergogna del "sovranismo", id est di autodefnirsi apertamente sul concetto di sovranità democratica del lavoro, si accetta che ciò che è insito nell'art.1 Cost. (e naturalmente in tutti i coordinati altri principi fondamentali della Costituzione che ne derivano), venga connotato secondo la convenienza politica dell'ordine internazionale del mercato, e si è sconfitti in partenza senza colpo ferire
La riprova? Se questa sostanza rivendicativa fosse ridenominata "patriottismo", - oltre che essere costretti ad usare un vocabolo non ancorato prioritariamente al dictum costituzionale- il mainstream del controllo mediatico-culturale, avrebbe buon gioco a "traslare" le stesse critiche e gli stessi anatemi su tale terminologia. 
Quello che conta è l'accettazione di un'auctoritas definitoria del "linguaggio" (o meglio bis-linguaggio) legittimamente utilizzabile nella dialettica politica, riconosciuta a chi questa dialettica vuole mantenerla a livello cosmetico e rendere, appunto perciò, il processo elettorale idraulico.]

"Sarà senz'altro una constatazione banale, ma Lenin e Gramsci (e Pajetta) - e in misura diversa anche Marx e Basso - parlavano a un partito politico, e non a un interlocutore virtuale. Lenin, prima dell'Ottobre, aveva dedicato vent'anni della sua vita a curare minuziosamente e con ferrea determinazione il partito. Ma oggi il partito non c'è, perché è stato buttato nel cestino dei rifiuti della storia nel 1989 da quella stessa élite eurocomunista liberal che avrebbe poi distrutto il paese (come, più e peggio di Berlusconi)."
Esprimendo più compiutamente il concetto sul piano delle alleanze, si può dire che un'alleanza si fa per necessità, cioè allorché non si possa sperare, nel breve-medio periodo, di ottenere un consenso elettorale (diamo per scontato che stiamo parlando di democrazia) sufficiente per governare. 
L'alleanza ha la sua ragion d'essere nel poter influenzare la controparte, per trovare un terreno programmatico condiviso che realizzi almeno una parte, importante e prioritaria, delle proprie istanze politiche. Ma per poter indurre "l'alleato" a questa condivisione (che si suppone reciprocamente mitigatrice delle rispettive istanze incompatibili), occorre avere una certa sostanza di consenso che, a sua volta, presuppone una forza politico-elettorale organizzata stabilmente in un partito che abbia già raccolto una quantità adeguata di voti.
Senza questa precondizione non ha senso neppure tentare di sedersi al tavolo di una trattativa per fare un'alleanza.

3. E qui sorge il secondo punto: "a sinistra" - ammesso che abbia un senso, oggi, voler definire questa connotazione se non si comprende che sinistra e destra possono riconoscersi solo in termini "economici", cioè in ragione degli interessi sociali di riferimento all'interno del conflitto di classe immanente nel capitalismo, più che mai se questo ha debordato stabilmente dal quadro costituzionale- un tale partito non c'è.
Con una certa fantasia creativa congiunta ad "ottimismo della volontà", si può immaginare di creare un tale partito, sulla base della deduzione logica che ce n'è bisogno e che ci sarebbe uno spazio potenziale, proprio perché la classe degli oppressi-impoveriti dall'oligarchia capitalista è crescente e priva di riferimenti. 
Ma è possibile, oggi ipotizzare, in linea generale, la creazione di un partito, segnatamente connotato per essere portatore di istanze sociali ampiamente maggioritarie nella società, e quindi "di massa"?

"Ne segue, allora, una conclusione ancor più banale: se si vuole andare da qualche parte (e magari verso l'applicazione della Costituzione del '48) bisogna fare il partito.
Che non è il "famoerpartitismo" giustamente stigmatizzato da Bagnai, ma è proprio una mera constatazione logica. E la logica non si può arrestare alle soglie della prassi, direi.
L'intellettualità variamente cosmopolita (vedi Tomaso Montanari e Falcone), i micro-burocrati e i borghesi "liberi&giusti" sono dei "famoerpartitisti". La necessità di cui parlo è una cosa seria. Del resto per parlare di alleanze deve prima esistere un'espressione fenomenologica compatibile col concetto di "alleanza", credo...
Data l'inesistenza del partito nel panorama attuale - ivi compresi i 5S verso i quali ho albergato qualche pia illusione - la questione si pone. Credo anzi che snobbarla o allontanarla in nome del "non-maturismo" o del "benaltrismo" non sia né saggio, né morale.
Non c'è bisogno di sforzi titanici per cominciare. Per proseguire sicuramente sì, ma quello è un altro discorso...".

5. Può la logica fermarsi alle soglie della prassi? 
«Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere alimentati, quali valori vadano stimati […] in breve, ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi».
(F. von Hayek da "Verso la schiavitù", 1944).
Da qui, ci pare del tutto consequenziale la seguente obiezione:
"L'accesso al mercato della politica, cioè un nuovo partito, è del tutto assimilabile all'accesso al mercato oligopolistico di certi settori di utilities o di beni di consumo durevoli; e, ancor più direttamente, al mercato dei "quotidiani" nazionali (di carta stampata).
Non elaboro oltre perché mi ripeterei su dimostrazioni logico-analogiche già fatte.
Questo per dire che l'accesso esige lo stesso volume di investimento da cui dipende la (incerta) possibilità di proseguire".
Ed infatti, qualunque prassi deve fare i conti con la realtà, partendo dall'idea che "ciò che è reale è razionale", cioè vincola la nostra ragione e ne determina gli sviluppi dialettici razionalmente "possibili".

6. Proseguiamo con gli spunti offerti dal dibattito e facciamo alcune verifiche di "fattibilità". Questa è la tesi, cioè la proposta di prassi ritenuta possibile:
"Il M5S, e in particolare lo scomparso Gianroberto Casaleggio, hanno (inconsapevolmente) creato il partito in franchising. Questa rivoluzione politologica è passata del tutto inosservata, perché tutto ciò che viene dal M5S, naturalmente, è "rozzo, "ignorante", "ridicolo" ecc.
Non credo ci sia da dilungarsi più di tanto sul franchising in sé: il franchising è nato negli USA e ha consentito, per esempio, a McDonald's di passare da rosticceria di successo a mostro planetario... a costi ridicoli. 
La cosa geniale del franchising è che sono i "dipendenti" a fare l'investimento: il franchiser deve "solo" creare e tutelare un marchio e un know-how, poi apre le porte a chiunque voglia diventare franchisee, prevedendo procedure e obblighi legali molto stringenti. Il bello è che il franchiser mantiene sempre il potere il ritirare la franchise a ogni franchisee che violi i patti.
Credo davvero che la perfettissima compatibilità tra franchising e sua applicazione in politica non possa sfuggire a nessuno.
E' sufficiente che un gruppo relativamente ristretto di persone decida di diventare franchisers, stabilendo le regole (statuto) e il know-how (programma politico), e avvii poi una campagna di adesione aperta a chiunque accetti la franchise: starà a queste persone sottoscrivere un patto vincolante e darsi da fare per fare "proselitismo", organizzare eventi, diffondere altri "punti vendita" ecc ecc. 
Il bello è che il franchising è sommamente leniniano, perché mantiene intatti certi principi di funzionamento codificati da V.I. e che, francamente, hanno sempre dimostrato di funzionare (mi riferisco alla disciplina e al centralismo democratico, ovviamente, tra gli altri). 
Considerando la disoccupazione intellettuale (e operaia) esistente in Italia, il mercato di persone disposte a diventare franchisees credo sia persino eccessivo. 
Questo tipo di organizzazione, oltre a costare poco, in termini di spese vive, consente di evitare il "dibattitismo" dei gruppettari, e il "consociativismo di classe" dei gruppi dirigenti
Perché la franchise è una sorta di Costituzione, un atto politico-legale supremo cui tutti sono sottomessi, sebbene con ruoli e obblighi diversi. Il franchiser, in particolare, ha l'obbligo di "fare la rivoluzione" (banalizzando, ovviamente), i franchisee di eseguire le direttive del centro e di operare autonomamente (ma entro confini fissati nella franchise) a livello locale. Il gruppo dirigente (i franchisers), poi, verrà rinnovato e rinsanguato secondo le regole della franchise.
E lo stesso know-how verrà rinnovato sempre in base alle norme della franchise.
Quindi, per tornare alla sua metafora, sì, è vero: con "tecnologie commerciali" tradizionali la creazione di un partito è uno sforzo titanico e assolutamente al di fuori della portata di chiunque non sia multi-milionario. Ma il franchising, invece, consente di farlo a costi sostanzialmente irrisori.
Cosa vogliamo fare?"

7. Non è che ci piaccia fare obiezioni per divertimento,  - se è in gioco la democrazia, prendere atto delle difficoltà immense del suo ripristino non è affatto divertente- ma si può anzitutto osservare:
a) se un certo assetto socio-economico è divenuto istituzionale, cioè salvaguardato da norme che, ci piaccia o meno, sono considerate ad applicazione inderogabile, ogni "metodo" di espressione politica che sia realmente manifestabile, non può che condurre a contenuti istituzionalmente compatibili con tale assetto.
Se così non fosse, d'altra parte, e un nuovo gruppo politico arrivasse, in opposizione a ciò, a rendersi rilevante elettoralmente, sarebbe dichiarato illegittimo: dapprima con le buone, cioè in via mediatica, e fino a che non si auto-sconfessi e si dichiari pro-istituzione, cioè pro-UE; poi con le cattive, procedendo all'instaurazione di procedimenti penali a carico dei suoi promotori e attivisti. 
Ah: se poi il partito oppositivo fosse "vecchio", cioè trasformatosi da una precedente e diversa "identità", recherebbe al suo interno tracce - senza "i"- di pregressa compromissione e istituzionalizzazione tali e tante da non poter, a sua volta, che svolgere un'azione limitabile a priori: la sua "espansione" sarebbe comunque difficoltosa e rallentata e avrebbe comunque bisogno di alleanze. E queste, non essendoci possibilità di "nuovo" effettivamente incompatibile con il sistema istituzionalizzato, sarebbero giocoforza con parti del sistema stesso...
Riassumendo: se dunque questo assetto socio-economico, come segnala (ex multis) Mirowsky (qui, p.1 ss.), è totalitario, un partito di nuova creazione sarà (con altissime probabilità) anche totalmente compatibile con esso; quindi per definizione il metodo suggerito (interno alla regole del mercato, fattesi "istituzione") condurrà a captazioni del consenso che sono irrilevanti rispetto al possibile mutamento di tale assetto socio-economico, nella migliore delle ipotesi, e, nella più probabile, che risultano "funzionali", cioè rafforzative dello stesso;
b) La seconda osservazione è un corollario di quanto appena detto.
Se si ritiene che una prassi sia percorribile, la prima cosa che si può fare è tentare e...farmi sapere: sarei curioso degli esiti. Naturalmente, il mio non è sarcasmo gratuito.
Sui contenuti di marchio e know-how praticamente "collocabili" in franchising (con ragionevoli attese di positivo riscontro elettorale, beninteso), nutro forti dubbi.
Per evitare dibattitismo e gruppettari autoproclamatisi la qualunque, questi contenuti dovrebbero necessariamente essere molto simili a quelli del M5S. Cioè riflettere preferenze del mercato politico-elettorale già presenti, anche solo come potenzialità, e quindi strettamente derivate dal controllo mediatico-culturale dell'oligarchia mondialista

8. In realtà, non vedo (purtroppo) come non possa non essere così: i fatti parlano molto chiaramente, sia sul piano delle visioni più generali che degli effetti sistemici delle misure economico-sociali che ne derivano.
Trattasi di inesorabile legge del marketing: che, infatti, registra metodi di anticipazione dei comportamenti dei consumatori in funzione degli elementi che, in concreto, contraddistinguono la struttura del mercato e il suo grado di controllo "culturale".
E questo, obiettivamente, vale in una situazione in cui se "i mercati governano, i tecnici gestiscono e i politici vanno in televisione" (folgorante sintesi di Reichlin, v. p.8), il governo dei mercati non può essere intaccato mediante l'accettazione delle sue regole come "teoria del tutto" (sempre Mirowsky), e dunque per via di una prassi conseguente a questa teoria totalitaria resasi "istituzione".

9. Da tutto quanto precede, posso, sia pure in modo provvisorio e ipotetico, (cioè in assenza di elementi sufficienti per poter dimostrare una diversa ipotesi), attenermi a una conclusione già formulata:
"Una volta fissato -ormai in modo incontestabile- l'autosufficiente valore della governabilità ex se, come esercizio di gestione tecnocratica conforme alla volontà dei mercati, e quindi, giunta a consunzione totale la stessa funzione originaria delle elezioni, - venuta a noia ai mercati che governano, nonché ai cittadini, che sempre più tenderanno ad astenersi per l'inutilità, prima ancora che per la difficoltà, di identificare una volontà del corpo elettorale-, si hanno drammatiche conseguenze sul piano della futura sopravvivenza dei riti elettorali
Ed infatti, con sempre più insistenza (mediatica), si sta affermando una crescente intolleranza per il voto, in quanto "di protesta" (per il peggiorare delle condizioni sociali del lavoro, essenzialmente) e come tale inefficiente. E, con prevedibile coerenza, dovrebbe avere i giorni contati (in €uropa)."


10. Ma ne richiamo anche un'altra, di conclusione già assunta, che ci rammenta come tra astensionismo e gradualismo tattico, probabilmente, al di là del "metodo" - cioè ammesso che quanto suggerito da Giovanni sia perfezionabile e adattabile alla formazione di un partito "di massa" e di sinistra economica- qualsiasi discorso mi pare rinviato alla irresistibile voglia tedesca di attendere questo "giro" di consultationi elettorali in ambito europeo, augurarsi che fioriscano un po' ovunque i Macron, secondo schemi che già si preannunziano anche da noi (e vi presterei grande attenzione), e mettere a segno il "grande balzo":
La strategia della gradualità dell'euro-ordoliberismo (v. alla voce Padoan-Moscovici e prossima legge di stabilità), tornata in auge con l'esigenza di neutralizzare la reazione popolare incarnata dai "populismi", ha dunque buone prospettive di stabilizzarsi. 
Ma solo finché siamo in clima pre-elettorale: perché la tattica di astuto buon senso di Amato ("Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali...Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee..."), potrebbe essere abbandonata in favore della spinta della Merkel al "grande balzo istituzionale"
Magari già a luglio a livello di grande decisione che, in Italia, come accadde per l'Unione bancaria, verrà raccontata come una grande vittoria. 
Certo, le due cose, - gradualità e "balzo istituzionale" -, sono in qualche modo transitoriamente conciliabili: per vedere Weidman alla BCE e per la formalizzazione e l'entrata in vigore delle modifiche dei trattati, con l'accentramento definitivo della sovranità fiscale nella Commissione e nel suo apparato sanzionatorio-repressivo, si arriverà presumibilmente alla fine del 2019.
Per allora, l'astensionismo istituzionalizzato, in Italia, potrà aver fatto grandi progressi...". 

11. In questa dialettica tra "non maturismo" (è vero: è una precondizione che sarebbe ormai inaccettabile al punto in cui siamo già arrivati, ma le "risorse culturali" sono quelle che sono), e corsa contro il tempo prima della "soluzione finale", dunque, le alleanze sono un'irrealistica aspirazione teorica: e la presupposta formazione di un partito di massa, a orientamento legalitario-costituzionale, altrettanto...Non ci resta che sperare nell'inatteso.
Le sorprese sono in fondo solo delle non infrequenti rivincite dei fatti sul bis-linguaggio arrivato a farsi istituzione. 

martedì 20 giugno 2017

SOVRANITA' E ALLEANZE. UN FALSO PROBLEMA E MOLTE FALSE FLAGS.


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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Bazaar e Francesco Maimone sul tema, molto attuale, dell'esigenza e delle condizioni di un'alleanza di tutte le forze, espresse dalla società italiana, che comunque si riconoscono nella rivendicazione della "questione nazionale": cioè della sovranità, in assenza della quale, si è irreversibilmente in balia di un potere sovranazionale che non può che avere caratteri imperialisti. Il che vuol dire relegare il popolo italiano (art.1 Cost.) nella condizione di "nazione oppressa". La sovranità, cioè il potere di autodecisione delle nazioni, è indisgiungibile dalla democrazia. Ogni (ri)conquista della sovranità in senso democratico, perciò è un passo verso la democrazia. 
Rimane in buona parte fuori dall'analisi, peraltro, il tema scabroso se vi sia un "piccolo capitale", contrapposto, in modo contingente, al "grande capitale", che abbia un interesse, temporaneo e strumentale, alla "questione nazionale", ma che rimanga portatore di un obiettivo materiale, irresistibile, a ripristinare forme di autoritarismo antitetiche al fondamento lavoristico della nostra Costituzione. 

Questo, in realtà, (se correttamente assunto sotto il punto di vista fenomenologico) è un falso problema: i ceti produttivi "minori" sono tra le prime vittime dell'imperialismo capitalista condotto dalle oligarchie dei paesi dominanti.
Di questo aspetto, nel blog, ne abbiamo già discusso, evidenziando come sia stata proprio la "mobilità sociale" (certo parziale e contrastata) consentita dal nostro modello costituzionale (che è orientato alla redistribuzione ex ante, promossa dall'intervento attivo dello Stato pluriclasse costituzionale), e dalla prevalenza del modello keynesiano nel "trentennio d'oro", a consentire la trasformazione delle classi operaia e degli artigiani in imprenditori e lavoratori autonomi di carattere professionale. 
Oggi, più che mai, il lavoro dipendente e questi "figli" dell'emancipazione sociale connessa ad un certo grado di democrazia sostanziale, - anzitutto economica e, perciò, politica-, sono "sulla stessa barca". E di fronte a una "sfida finale" per la propria sopravvivenza come individui dotati di dignità sociale.  
L'alleanza, dunque, risulterebbe inevitabile: il problema sarà vedere se essa sarà anche "tempestiva", cioè in grado di salvare quel che "resta del giorno" prima della notte definitiva della Repubblica fondata sul lavoro (e che da ciò reclama la sua sovranità).

ADDENDUM: su questo punto introduttivo, ci pare coerente, rispetto alla trattazione del post, ribadire quanto lo stesso Lelio Basso aveva poi chiarito nel 1962 (qui, p.2), tirando le fila dell'evoluzione socio-economica occidentale (proprio alla luce della incombente "costruzione europea"):
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbe piuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quello agricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico..."

PROLEGOMENI A COSCIENZA, AUTOCOSCIENZA E LOTTA
(ovvero spunti teorici sulla tattica nelle alleanze per il recupero della sovranità democratica-costituzionale)


«Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù, un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza»  
Lenin, Sull'orgoglio nazionale dei Grandi Russi, 12 Dicembre 1914


Introduzione
Le presenti note intendono costituire una riflessione che scaturisce dal confronto sul tema del sostegno o meno a nuove o vecchie formazioni politiche nella lotta volta alla riappropriazione della sovranità e, in generale, sul tema delle “alleanze”.

Approfittiamo di questo spazio di discussione, quindi, per sviluppare alcuni ragionamenti i quali, più che rilanciare la dialettica “nel merito” ed in concreto, rispetto al supporto di eventuali alleanze che si rifanno alla tradizione della destra politica o meno, per provare – a beneficio di un tentativo di (ri)fondare il pensiero critico – a fornire spunti teorici generali sul metodo
In particolare sul metodo d’analisi dell’unico grande laboratorio per l'indagine critica della totalità in possesso dei ceti subalterni: ossia sul metodo d’analisi marxiano, ragionando dei risvolti politici e morali di chi si prende la responsabilità materiale di dibattere su temi fondanti la vita sociale.

Queste non vogliono essere considerazioni rivolte esclusivamente a coloro che si rifanno al marxismo, ma a tutti coloro ai quali sta a cuore la democrazia costituzionale.

1 – Coscienza, autocoscienza e lotta: il rischio di paralogismi ed aporie nell’analisi affetta da precomprensione ideologica. L’ideologia come falsa coscienza
In un articolo precente veniva evidenziato come storicamente il grande pensiero di scuola marxiana abbia individuato l’oppressione fascista come un prodotto sovrastrutturato di peculiari fenomeni congiunturali e – come da pacifica sociologia marxiana – di particolari tensioni di carattere strutturale che, nell'attuale frangente, vediamo già all'opera.

Gran parte dell'attuale sinistra militante, tuttavia, ritiene che partiti come il FN o la Lega Nord siano una sorta di “portatori sani di fascismo”, dove il “fascismo” sarebbe, in breve, ma senza troppo allontanarsi dal pensiero “mediano”, una manifestazione di politica oppressiva avente le “sembianze” del fenomeno storico.

In particolare, secondo tali comuni ricostruzioni, si potrebbe pensare che a caratterizzare il “fascista”, il “leghista”, il “razzista”, lo “xenofobo” (e via coi vari attributi sorosiani inventati dai vari think tank al servizio dell'imperialismo del capitalismo liberale) non sarebbe la struttura esponenziale di particolari ideologie come si riscontra nelle analisi dei grandi autori socialisti e democratici – ritenute anzi obsolete – ma sarebbe quasi un requisito di carattere morale, connaturato antropologicamente a determinati gruppi sociali; posizione, in sé, che – come abbiamo appena sottolineato – sarebbe in linea con la quasi totalità di chi oggi si ritiene “progressista” e si riconosce nella sinistra moderna, post-moderna, post-sessantottina, nicciana, post-ideologica e post… socialista? (non a caso appellata spesso e volentieri “buonista”).

Sinistra “moderna” che noi, infatti, riteniamo abbia acquisito il moralismo tipico del liberalismo piccolo borghese nel processo totalizzante di restaurazione neoliberale, compattando le forze di reazione, e proponendo una finta dialettica tra liberali “modernisti” (alla Soros, per intenderci…) e liberali “conservatori/tradizionalisti” (cattolici, “destra sociale”, ecc.).

Moralismo che, tra l’altro, riteniamo essere una forma di classismo visto che, come nel caso delle posizioni a prescindere “antileghiste”, viene sottintesa e stigmatizzata una qualche forma “d’ignoranza” del gruppo sociale – di subalterni!, che siano salariati o piccoli e medi imprenditori – la quale si riconosce nelle istanze di quel particolare partito politico.

A differenza di ciò che è stato fatto oggetto di critica nel post precedente, l'analisi sul fascismo che ivi è stata proposta non è «esplicitamente derivata dal pensiero di Lelio Basso»: semplicemente, il grande democratico e tra i massimi socialisti marxisti del XX secolo, insieme ad Antonio Gramsci, supporta filologicamente insieme a tanti altri influenti pensatori – anche di matrice reazionaria e neoliberale la tesi proposta dall’origine in questi spazi di discussione: la nostra Carta è antifascista in quanto antiliberista, ovvero keynesiana E socialista (v. capoverso art.3 Cost.).

Date queste premesse prendiamo le mosse per sostenere che tutte le forze democratiche che si richiamino alla Costituzione e, in genere, le istanze politiche internazionali che si rifacciano al suo modello “archetipizzato” nonché agli strumenti di politica economica che ne rendono effettivi i Principi fondamentalissimi, sono – per il semplice fatto di portare nei propri programmi almeno parte di tali rivendicazioni – essenziali interlocutori.

Inoltre, sosteniamo che la difesa della sovranità sia il punto fondamentale – la linea del Piave – la Resistenza all'imperialismo europeista, alla “dottrina Monroe" del grande capitale atlantista, all'oppressione eversiva e collaborazionista del cosmopolitismo borghese e al federalismo neocoloniale propugnato dalle classi egemoni. In assenza di sovranità, risulta infatti inutile ogni altra disquisizione.


1.1    Metodo e dialettica: una riflessione ad ampio respiro
Esistono oramai generazioni intere radicate – consapevolmente o meno – nel «mito fondativo» del “Sessantotto” e impantanate nella sua ideologia totalitaristicamente liberale dove lo slogan «vietato vietare» diviene il simbolo della distruzione di quelle norme etiche che regolano la convivenza sociale, che permettono la sindacalizzazione dei ceti subalterni e, in definitiva, lo sviluppo di coscienza di classe. Quella coscienza a cui è propedeutica la coscienza nazionale.

Il relativismo dell'opinione è lo strumento principe per l'atomizzazione delle masse lavoratrici e per la conseguente tirannia dei valori del più forte: ovvero quella del capitale industriale e finanziario che tutto mercifica e monopolisticamente prezza.

Il socialismo storico ricordava che i valori di libertà, uguaglianza e fraternità dei liberali rimanevano relativi (formali) fintanto che non fossero posti sulla sostanza materiale – “derelativizzante” – della giustizia economica e sociale. Della giustizia distributiva.

L'idealismo elitario dietro a questi proclami enfatici tipicamente borghesi doveva, per i socialisti, essere abbattuto portando questi concetti ideali e meramente formali sul piano materiale, empirico, in cui i fenomeni si sarebbero dovuti manifestare come emancipazione dalla miseria e dallo sfruttamento. Progresso sociale che avrebbe significato il contestuale sviluppo spirituale della persona umana, in un percorso volto all’autocoscienza annichilita da questa struttura sociale alienante chiamata capitalismo.

Il materialismo storico prende quindi forma grazie a Marx ed Engels che intuiscono che è la struttura sociale ad essere l'agente primo della Storia, e che questa è conformata dalla lotta politica tra le classi che vengono definite in base ai rapporti di produzione.
Poiché il modo di produzione capitalistico è tecnicamente avanzato, si sviluppa una scienza che prova a descriverlo: l'economia politica.

Nasce così nell'Ottocento, in ottica progressiva e rivoluzionaria, il socialismo scientifico che si contrappone all'economia politica liberale.

Perché mai Karl Marx chiama la sua via al socialismo “scientifica”?


1.2    I fondamenti epistemologici
Il metodo rigidamente seguito da questo gruppo di studio, oltre al metodo marxiano ed alle categorie dell’idealismo classico tedesco per l’analisi della totalità con focus nell’analisi economica del diritto, fonda ed integra tale metodo grazie agli strumenti di filosofia cognitiva tipici dell’atteggiamento fenomenologico della scuola husserliana.

Cosa significa?

Innanzitutto significa che si è consapevoli che «la teoria è già prassi».

Ovvero, in quest'ambito di discussione, la mancanza di solide basi teoriche implica con un certo grado di certezza una prassi inana o contropruducente; lo sforzo divulgativo in sé stesso diventa quindi una consapevole assunzione di responsabilità morale.

In secondo luogo, ed in modo estremamente riduzionistico, l’analisi segue circolarmente prima l’intuizione logica e, in un secondo momento, si riscontra l’esistenza di un supporto filologico o meno: la citazione non è quindi mera “appendice”, “abbellimento”, “virtuosismo” in un convegno di radical chic o di europeisti semicolti (pleonasmo): è parte dell’essenza stessa della dialettica, tra idealismo ed empirismo, tra hegelismo ed ermeneutica, che formano un tutt’uno nella totalità della Storia e nel microcosmo del cognitivismo.

Metodo scientifico ed ermeneutica.

Si evidenzia che il punto di incontro tra Husserl e Marx potrebbe consistere proprio nel restituire un senso all’empirismo e al positivismo tramite la filosofia classica, ossia quella profonda e significante attività di critica e di pensiero volta ad indagare il reale. Indagine leninianamente propedeutica alla prassi!

La più grande opera di Marx consiste – ricordando il suo “socialismo scientifico” – nello sviluppare una critica all’economia politica, un’opera immane che ha tentato di dare un significato all’economia politica borghese, opera che fornisce strumenti d’analisi che vanno oltre l’economia politica il cui “garbuglio economicistico”, però – con sconsolazione del pensatore di Treviri che ne aveva sottovalutato la complessità – rimarrà in gran parte irrisolto fino alla sua morte.

Tale “garbuglio” – com'è noto – verrà districato da Kalecki e poi da Keynes, in una convergenza non stupefacente tra socialismo ortodosso e liberalismo sociale. (Quando i principi morali convergono, convergono anche gli intenti come risultato dalla dialettica che può svincolare l’individuo dagli immediati interessi di classe)

A proposito di epistemologia, in un recente articolo possiamo leggere intorno allo sviluppo al pensiero marxiano:
«nell’incompleto superamento della versione economicista del marxismo, versione che aveva iniziato ad essere efficacemente criticata negli anni ’70 ed ’80 dello scorso secolo, grazie ad un lavoro teorico che si è però di fatto interrotto con il crollo dell’esperienza del socialismo reale e con la connessa crisi del movimento operaio occidentale.
Estremizzando (ma non troppo) i tratti fondamentali dell’economicismo marxista, diremo che esso è caratterizzato dalle seguenti tesi:
– la dinamica sociale del capitalismo è mossa dallo sviluppo delle forze produttive;
– tale sviluppo è lineare e progressivo e determina univocamente le forme culturali e politiche che gli corrispondono e che da esso dipendono in maniera meccanica;
– lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto sostanzialmente “neutrale”, perché dà luogo ad una socializzazione della produzione che costituisce la base della società socialista;
– esso peraltro produce anche il soggetto della rivoluzione socialista, perché generalizza il lavoro salariato e lo concentra in masse sempre più grandi, aumentandone la forza sociale e la consapevolezza politica, cosicché il punto più alto di sviluppo del capitalismo diviene anche il punto del suo rovesciamento radicale. »

Quest’analisi sarebbe anche corretta, tant’è che Gramsci chiamava questo adialettico determinismo storicista un «materialismo infantile».

Ora, di cosa possa essere stato criticato “efficacemente” negli anni ‘70 e ‘80 del ‘900 – considerando quale sia stato il risultato materiale e coscienziale negli Stati nazionali a maggior sviluppo economico – ci sarebbe da discutere a lungo.

E, forse, sta proprio qui il problema che si prova a sviscerare.

Se la critica sulle orme di Gramsci fosse volta ad approfondire l’economia politica E – contestualmente – ad unirla indissolubilmente al metodo dialettico e alla filosofia che questo sottende-, potremmo essere pacificamente d’accordo. Purtroppo, ci pare che – poiché non ci sono ulteriori riscontri sull’importanza dell’economia politica e del metodo scientifico – abbiamo di conseguenza a che fare con quel tipo di «relativismo dell’opinione », ossia del «fatti una tua personale opinione sulle cose », «usa la tua testa! », che si propaga a macchia d’olio nel mondo della cultura “di sinistra” tra gli anni ‘60 e ‘70. Ossia ai tempi della grande controffensiva neoliberista.

La domanda è: sono riflessioni “metodologicamente fondate”? I pensatori di “sinistra” hanno smarrito tra le barricate dei Settanta gli ultimi scampoli di filologia?

Certo, «il positivismo è assurdo», siamo d’accordo come con noi è d’accordo Husserl: «nel positivismo, consapevolmente o meno, ci sta dello scetticismo; e lo scetticismo è assurdo ». Tanto che Husserl parla proprio di «fallimento della scienza » in quanto «Galileo tanto scopre quanto ricopre».

Ma tutto ciò, a livello cognitivo e nell’ottica di una riflessione più ampia, non significa prosasticamente «ok, la scienza è fallita, liberi tutti, diamoci all’astrologia, alla rivoluzione interiore e a chi le spa… al “pluralismo dell’opinione” ». Significa che, oltre a poggiare i piedi sul solido terreno della scienza che nasce proprio per “oggettivare”, rendere “intersoggettiva” l’esperienza anche a distanza di spazio e di tempo, cercare un linguaggio comune e – quindi! – una dialettica, è altresì necessario “fondarla”, “significarla epistemologicamente”, ossia passare dalle verità scientifiche a delle opinioni coscienti.

Non passare, come dal Sessantotto in avanti, da insensate verità scientifiche ad ancora più insensate opinioni individuali. Il pensiero collettivo, critico, essendo generato per definizione da un flusso dialettico, deve essere scientificamente, empiricamente fondato.

Cosa passava a fare ore e ore Marx nelle biblioteche britanniche studiando le opere di Smith e Ricardo? È possibile rendersi conto che il linguaggio della “struttura”, primum agens della storia e della coscienza, è il linguaggio dell’economia politica? È possibile comprendere che la locuzione rapporto di produzione sottende contemporaneamente almeno un concetto economico, sociologico e giuridico? E queste, non a caso, sono tutte e tre scienze sociali.

1.3    Comunicazione e responsabilità
Tornando nel merito: la tesi che proponiamo è che «mai con» a prescindere è risultato di ciò che sembra proprio un paralogismo. Una precomprensione delle fondamenta stesse del grande pensiero marxiano e, in definitiva – come sottolineava Marxfalsa coscienza di natura ideologica e paramorale. Sovrastrutture di ciò che oggi è il capitale neoliberale.
Per farlo porteremo a sostegno citazioni di chi, seguendo il metodo proposto, ha potuto dare un grande contributo nella storia della lotta per l’emancipazione delle masse.


2.      Quando i socialisti erano “sovranisti”… (ringraziando Arturo per la citazione)
«Il compagno Parabellum [o, se si vuole, “Toni Negri”...] (nei nn. 252-253 della Berner Tagwacht) dichiara “illusoria” la “lotta per l’inesistente diritto di autodecisione” e ad essa contrappone la “lotta rivoluzionaria di massa del proletariato contro il capitalismo”, assicurando nello stesso tempo che “noi siamo contro le annessioni” (questa affermazione è ripetuta cinque volte nell’articolo di Parabellum) e contro ogni specie di violenza ai danni delle nazioni.  Gli argomenti di Parabellum si riducono a questo: oggi tutti i problemi nazionali (Alsazia-Lorena, Armenia, ecc.) sono in sostanza problemi dell’imperialismo; il capitale ha superato i limiti degli Stati nazionali; non è possibile “girare all’indietro la ruota della storia” verso l’ideale ormai sorpassato degli Stati nazionali, ecc. »

Ci pare di averla già sentita….

«Innanzitutto proprio Parabellum guarda indietro invece di guardare avanti, quando, scendendo in campo contro l’accettazione dell’ “ideale dello Stato nazionale” da parte della classe operaia, volge i propri sguardi all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia, alla Germania, cioè ai paesi in cui il movimento di liberazione nazionale appartiene al passato, e non all’Oriente, all’Asia, all’Africa, alle colonie dove questo movimento appartiene al presente e all’avvenire. Basta nominare l’India, la Cina, la Persia, l’Egitto. »

O la Grecia, aggiungiamo noi.

«Proseguiamo. Imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati nazionali da parte del capitale, significa estensione e aggravamento dell’oppressione nazionale su una nuova base storica. Di qui, malgrado le opinioni di Parabellum, deriva precisamente che noi dobbiamo legare la lotta rivoluzionaria per il socialismo al programma rivoluzionario nella questione nazionale. Dal ragionamento di Parabellum risulta che egli, in nome della rivoluzione socialista, respinge sdegnosamente il programma rivoluzionario coerente nel campo democratico. Questo non è giusto. Il proletariato non può vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando completamente la democrazia e presentando, ad ogni passo della sua lotta, rivendicazioni democratiche nella formulazione più precisa. È assurdo contrapporre la rivoluzione socialista e la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo ad una delle questioni della democrazia, nel nostro caso alla questione nazionale. Dobbiamo unire la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo al programma rivoluzionario e alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche: repubblica, milizia, elezione dei funzionari da parte del popolo, parità di diritti per le donne, autodecisione dei popoli, ecc. Finché esiste il capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili soltanto in via d'eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appoggiandoci alla democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista, noi rivendichiamo l'abbattimento del capitalismo, l'espropriazione della borghesia, come base indispensabile per l'eliminazione della miseria delle masse e per l'introduzione completa e generale di tutte le trasformazioni democratiche».

Pare proprio che il leninismo abbia poco a che fare con Lenin… il quale pare aver molto più a che fare con la Luxemburg.

«L'imperialismo è l’oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze, è un periodo di guerre tra queste potenze per l'estensione e il consolidamento dell’oppressione delle nazioni, è un periodo di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, di coloro i quali – col pretesto della “libertà dei popoli”, del “diritto delle nazioni all’autodecisione” e della “difesa della patria” – giustificano e difendono l’oppressione della maggioranza dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze. »

Questa è la descrizione dell’imperialismo fascista camuffato da umanitarismo irenico. Pare proprio quello che attualmente sta opprimendo le masse lavoratrici.

«Perciò, nel programma dei socialdemocratici, il punto centrale dev’essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse, che rappresenta l'essenza dell’imperialismo e alla quale sfuggono mentendo i socialsciovinisti e Kautsky.
Questa divisione non è sostanziale dal punto di vista del pacifismo borghese o dell’utopia piccolo-borghese della concorrenza pacifica tra nazioni indipendenti in regime capitalista, ma essa è indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo. E da questa divisione deve scaturire la nostra definizione – coerentemente democratica, rivoluzionaria e corrispondente al compito generale della lotta immediata per il socialismo – del “diritto delle nazioni all’autodecisione”. 
In nome di questo diritto, lottando per il suo riconoscimento non ipocrita, i socialdemocratici delle nazioni dominanti debbono rivendicare la libertà di separazione per le nazioni oppresse, perché altrimenti il riconoscimento dell’eguaglianza di diritti delle nazioni e della solidarietà internazionale degli operai sarebbe in pratica soltanto una parola vuota, soltanto un’ipocrisia. »

Proprio come, a livello nazionale, lo sono i diritti nelle democrazie borghesi.

«Come esempio istruttivo può servire l’impostazione che ricevette la questione nazionale verso la fine del decennio 1860-1870. I democratici piccolo-borghesi, estranei a ogni idea di lotta di classe e di rivoluzione socialista, avevano immaginato l’utopia della concorrenza pacifica, in regime capitalista, tra nazioni libere e aventi eguali diritti. I proudhoniani “negavano” addirittura la questione nazionale e il diritto di autodecisione delle nazioni dal punto di vista dei compiti immediati della rivoluzione sociale.  
Marx scherniva il proudhonismo francese, mostrava la sua affinità con lo sciovinismo francese. (“Tutta l’Europa può e deve restare tranquillamente seduta sul suo deretano, fino a quando i signori non aboliranno in Francia la miseria”... “Per negazione delle nazionalità, essi, a quanto pare, intendono inconsapevolmente l’assorbimento di nazionalità da parte della nazione francese modello”).
Marx chiedeva la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra, “anche se dopo la separazione si dovesse giungere alla federazione” e lo chiedeva non dal punto di vista dell’utopia piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di “giustizia verso l’Irlanda”, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, cioè inglese , contro il capitalismo. La libertà di questa nazione era ostacolata e mutilata dal fatto che essa opprimeva un’altra nazione. L’internazionalismo del proletariato inglese sarebbe stato una frase ipocrita se il proletariato inglese non avesse chiesto la separazione dell’Irlanda. »
Lenin,Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, ottobre 1915

Chi usa gli strumenti analitici forniti dal materialismo storico non si può stupire dell’attualità di questa analisi di Lenin: l’UE e l’euro, fondati “sull’utopia della concorrenza pacifica” (cfr. art.3 comma 3, TUE), devono quindi essere abbattuti perché sono istituzioni volte alla reciproca oppressione delle nazioni: l’Italia è oppressa dalla Germania e dalla Francia, ma ne è complice quando si tratta di opprimere la Grecia (La Germania e la Francia sono oppresse dagli Stati Uniti). E tutto ciò a vantaggio dello sfruttamento.

Autodeterminazione versus imperialismo, che, come ricorda Lenin, non pare proprio essere “internazionalismo” come gli europeisti e gli “altreuropeisti” provano a spacciarlo, ma, ovviamente, proprio la sua negazione.

2.1    Prima riflessione
Che conseguenze ha avuto l’analisi di Parabellum poi ripresa dagli eurocomunisti in piena controrivoluzione neoliberista?

3.      Analisi marxista sul tema delle alleanze: Lelio Basso cita Marx, 1947
3.1    «Dall’unità antifascista all’unità democratica»
«[…] Per intendere il significato degli avvenimenti politici che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese in questi ultimi anni e fare, ove occorra, una seria critica dei nostri stessi atteggiamenti, non sarà inopportuno rammentarci i principi fondamentali della dialettica delle classi e gli insegnamenti della categoria proletaria che Marx ci ha dato, oltre che nel Manifesto, in quel mirabile indirizzo del 1850 scritto a nome del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti.
a) il partito operaio rivoluzionario [...] non si distingue dagli altri operai in quanto sia depositario di verità particolari scoperte da qualche ideologo, o perché voglia realizzare un ideale precostituito di mondo migliore, ma solo perché esso è l’elemento più cosciente della classe operaia [...] e pertanto è in grado di spiegare agli altri operai le ragioni per cui essi veramente combattono e guidarli verso delle finalità vere di classe;
b) funzione precipua dei militanti rivoluzionari è pertanto quella di contribuire a creare nella classe operaia questa coscienza di classe, cioè dare unità al movimento operaio e indirizzarlo verso obiettivi rivoluzionari;
c) a tal fine è necessario adoperarsi perché gli operai partecipino, in unione con tutte le forze democratiche e progressiste della borghesia, alle lotte contro i regimi reazionari, ma mantenendo sempre ed accentuando anzi in ogni momento le proprie caratteristiche di classe e di partito autonomo, cioè ponendo in ogni fase della lotta le rivendicazioni proprie del proletariato che dovranno costituire il tema della fase successiva; […]
Su questo problema della inserzione del proletariato nei conflitti interni delle diverse frazioni della borghesia, e delle alleanze che ne derivano, l’insegnamento di Marx è estremamente preciso
Sforzarsi di unire tutti i partiti democratici contro i regimi reazionari, essere presenti in tutte le lotte e battersi decisamente anche per delle rivendicazioni immediate o per delle conquiste parziali; questo è certamente dovere dei proletari e dei militanti rivoluzionari che si pongono alla loro testa. Ogni passo in avanti sulla via del progresso democratico, ogni sconfitta delle forze reazionarie, è sempre anche un successo del proletariato, è un passo avanti verso il socialismo, ma non è ancora la battaglia per il socialismo.
Bisogna sempre sapere discernere, fra le frazioni della borghesia che lottano contro il regime dominante, quelle che lottano veramente in vista di un sostanziale progresso e quelle con finalità essenzialmente reazionarie; ma soprattutto bisogna sapere quali sono i limiti dell’azione di ciascuna di queste frazioni borghesi, cioè quali sono i suoi interessi fondamentali di classe che le impongono a un certo momento di fermarsi e, magari, di mutar fronte, denunciando le sue vecchie alleanze con i ceti più avanzati per allearsi invece con i ceti sconfitti. […]
Ora non v’è dubbio che, alla base della lotta antifascista sostenuta sotto l’insegna dell’“unità nazionale”, non vi fu un’impostazione di classe in questo senso.
Se è vero che era necessario che il proletariato partecipasse in unione con tutte le forze borghesi e democratiche alla lotta contro il nazifascismo, e vi partecipasse in prima fila, è lecito domandarsi se la forma di tale partecipazione non avrebbe dovuto essere diversa da quella che fu, se in luogo di un’alleanza non solo formale ma tale da fare sparire addirittura ogni differenza nella valutazione dei problemi e nell’impostazione della lotta, come fu quella dei C.L.N., non sarebbe stato più opportuno stringere quel tanto di alleanza che nasceva dalle comuni finalità, mantenendo però la propria autonomia non soltanto organizzativa di partito, ma politica di classe, ponendo risolutamente sul tappeto le istanza delle riforme di struttura; se cioè in luogo di combattere la battaglia in nome di una generica democrazia e di un più generico patriottismo contro la facciata soltanto del fascismo, non sarebbe stato necessario impostare subito i temi della lotta contro le cause del fascismo, e cioè le forze stesse reazionarie che, in previsione della sconfitta del regime fascista, si annidavano già in seno alla Resistenza. […]
Inoltre la mancanza di un programma di rivendicazioni sociali che caratterizzasse i partiti proletari e sulle quali si sarebbe forse potuto, nel clima della Resistenza, ottenere il consenso anche dei partiti borghesi, svuotò di ogni contenuto il movimento di liberazione all’indomani del 25 aprile, quando, per il solo fatto della caduta del fascismo, apparvero raggiunte le mete che il movimento si era prefisso […]
In sostanza, vi fu, alla base di questa politica, un abbandono dei principi strategici del marxismo, e la logica della lotta di classe si rivolse contro di noi, mettendoci dopo il 2 Giugno in condizioni di evidente inferiorità di fronte alla maggioranza democristiana. […]
Questa lunga analisi ci permette di concludere che il Fronte che nasce adesso, sulla base dell’unità democratica, è in realtà qualche cosa di diverso dall’unità semplicemente antifascista che dominò fino alla scorsa primavera la politica delle sinistre, perché le parole d’ordine attorno a cui l’unità si realizza escono finalmente dal terreno generico, puramente formale e politico dell’antifascismo, su cui si possono incontrare anche movimenti e partiti profondamente diversi, per investire finalmente i problemi economico-sociali che sono la vera pietra di paragone della democrazia, al di là di tutte le etichette e di tutti i programmi elettorali. […]
Si rende così possibile trasportare la lotta del diseducatore compromesso di vertici o dallo spontaneo ed episodico moto popolare alla grande mobilitazione di masse in vista di una conquista sostanziale ed organica.
È in questo senso che io ho parlato di risuscitare lo spirito della Resistenza, essendo bene inteso che dopo tre anni carichi di delusioni ma di esperienze, dopo una lotta politica confusa e tortuosa, ma alla fine sufficientemente chiarificatrice, quello spirito si è arricchito di altri motivi e di altro contenuto, e dal tono di vaga speranza di rinnovamento assume oggi quello di matura e cosciente volontà. […]
Che di questo vasto schieramento democratico, che abbraccia operai e contadini, ceti medi intellettuali e borghesia progressista, la classe operaia, o almeno la sua avanguardia più costante e più matura, sia l’elemento propulsore, è indubbiamente condizione del suo successo »
[L. BASSO, “Dall’unità antifascista all’unità democratica”, in Socialismo, luglio-dicembre 1947, n. 7/12, 139-144]

Per Marx, come per i grandi marxisti pare non ci fosse dubbio: prima le riforme strutturali in senso progressista, poi tutto il resto. 
E, per far le riforme di struttura, id est., ritorno alla Costituzioneora sovranità monetaria, fiscale, dipendenza della banca centrale dalle istituzioni democratiche, obbligo istituzionale alle politiche economiche keynesiane, ecc. – qualsiasi alleanza doveva essere presa in considerazione.
Chiunque nel merito può farsi un’opinione diversa, rispettabile o meno, strutturata e profonda oppure superficiale, ma – filologicamenteè improbabile che possa essere considerata marxiana.

(E qui si potrebbe fare un’altra riflessione sul perché Marx non sopportasse che si parlasse di “marxismo”, sul perché Lenin non ne voleva sapere del “leninismo”, né Trotskij del “trotskijsmo”; mentre a Stalin parlare di “stalinismo” andava benissimo… ma questo è solo un po’ di colore nel nero che si addensa sempre più all’orizzonte)