venerdì 23 febbraio 2018

LA QUESTIONE MEDIATICA TRA JUNCKER E LA ZIA D'ITALIA

http://www.voltairenet.org/article17502.html

1. Siamo in quella peculiare fase finale della campagna elettorale in cui i sondaggi sono vietati e perciò tutti i partiti in corsa possono, anzi "gli corre l'obbligo di", fare professione di ottimismo, potendo, un po' tutti, autocertificare che la strategia comunicativa e il programma prescelti daranno buoni frutti di consenso. Anzi "ottimi e abbondanti".
Essendo, in generale, "inutile polemizzare con i fatti" (ammesso che i sondaggi possano considerarsi tali, e non piuttosto un fattoide di massa come pochi altri), è a maggior ragione inutile polemizzare con le autocertificazioni in assenza di...fatti (che le contraddicano).
Proveremo invece a riproporre alcune parti dell'approfondimento dedicato alla "questione mediatica" (ero in dubbio se ri-occuparmi del fenomeno dell'astensionismo e delle sue condizioni "ottimali" di efficienza antidemocratica: non escludo di tornarci sopra ma, più utilmente, nel dopo elezioni). 
Della questione mediatica ci siamo occupati più volte ma trovo significativo riallacciarmi all'ultima occasione in cui abbiamo tentato di definirne la crescente criticità; cioè alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale

2. Quella consultazione, nel suo contesto e nei suoi epifenomeni, infatti, presentava alcune inquietanti analogie con l'attuale campagna elettorale. Basta apportare gli opportuni aggiornamenti ai più recenti sviluppi. 

2.1. Ma cominciamo col ricordare le premesse generali, giuridico-istituzionali e "di mercato" (peculiare ma pur sempre mercato) della questione mediatica.
La prima di tali premesse discende da una sintesi orwelliana (a) che si combina perfettamente con il più volte citato brano di Habermas (b):
(a) "Ogni singolo elemento dell'agenda dell'informazione mediatica è studiato per costituire un tassello della conservazione del potere oligarchico. Senza eccezione alcuna".

https://uniticontrounsistemamalato.files.wordpress.com/2015/01/g-orwell.jpg?w=520&h=326 http://calamouse.corrieredelveneto.corriere.it/articoli/Stei081213_med.jpg
La fisiologia della guerra, intrapresa dall'oligarchia, ha armi di combattimento adeguate per la conduzione di un conflitto continuo e ininterrotto: i media, - giornali, televisioni e, sempre più ovviamente, l'utilizzo del web- e il sistema finanziario di loro controllo totalitario. 

(b) Nella definizione di Habermas si tratta di una guerra condotta in forma di d'assedio e quindi dell'uso di adeguate "macchine ossidionali".

http://it.manuelcappello.com/wp-content/uploads/2012/03/habermas-potere-comunicativo-IMG_4868.jpg
 
Sappiamo che il sistema di dispiegamento di queste armi "adeguate" e del loro controllo totalitario, assume, nella società globalizzata di massa, la forma del "pop", - quella che è più conveniente mantenere, perché ottiene la frammentazione strutturale di ogni possibile resistenza-, e si basa su alcuni principi:

b) la gestione, all'interno del sistema controllato dei media, dell'informazione e della controinformazione, in modo spesso indiretti ed occultati;

c) come conseguenza dei punti a) e b), il ferreo controllo dell'opinione pubblica ("ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affanarsi", nelle parole scolpite, da Hayek, sulla pietra tombale della democrazia sostanziale) che garantisce, al livello sottostante dell'opinione di massa (pop), una proiezione identificativa degli oppressi con gli oppressori, che ha come coagulante il senso di colpa (qui, p.2, b.) instillato nei primi. 
Nelle attuali condizioni storico-politiche, questa proiezione identificativa assume il significato di "paradosso €uropeo".
3. Poiché, (purtroppo), soltanto per taluni, questi richiami a presupposti teorici essenziali risultino utili, scendiamo dunque nel concreto, per verificare la segnalata analogia con le vicende che precedettero il referendum costituzional-riformatore. 
Proprio alla vigilia del referendum l'europarlamento se ne uscì con questa deliberazione:
E il nostro Juncker, esattamente in quegli stessi giorni, si segnalò per questo curioso appello (suggerendo, con un nervoso "mettere le mani avanti" che il referendum costituzionale italiano fosse proprio...sull'€uropa):

4. Puntuale, all'approssimarsi delle elezioni politiche, Juncker si "ripropone":


5. E il nervosismo di Juncker trova un puntuale riscontro interno con quello della Bonino, la (autodefinitasi) zia del Più Europa, che si inalbera con Travaglio dimostrando uno scarso livello di tolleranza alle "contraddizioni" più che al contraddittorio (che normalmente liquida con una serie di affermazioni apodittiche, e del tutto avulse dagli argomenti dell'interlocutore, che ritiene sacralizzate e come tali possibile oggetto soltanto di "venerazione". Questione di scarsa verifica dei presupposti teorici, storici, istituzionali e geo-economici sui quali si fonda il suo spinelliano atto di fede?):


6. E certamente la "zia degli italiani", gode di un'eccezionale dose di spazio televisivo per divulgare delle idee che in realtà sono ben note da molto e che, vorremmo rassicurarla, conosciamo benissimo:



7. Il problema della misteriosa iper-presenza mediatico-televisiva della Bonino - ma non solo sua, per la verità-, è tanto maggiore quanto minori risultavano le sue confessate incapacità di attrazione popolare in sede di presentazione della lista; tuttavia, tale problema, va esteso naturalmente a considerare tutta le serie di analoghe (e finanziariamente costose) super-visibilità, tutte in una c€rta direzione, e, non secondariamente, anche a considerare certi misteriosi oscuramenti; e tuttavia, questo problema, sembra passare inosservato.
Nondimeno è, dal punto di vista giuridico-costituzionale, molto rilevante:

8. Ribadiamo perciò i termini costituzionali della questione, che si àncorano all'art.21 della Costituzione assunto nella sua intera formulazione e nella sua armonizzazione sistematica con l'intero dettato della Carta (qui, pp.5-7). Partiamo dalla interpretazione "autentica" che fornisce Lelio Basso:


Se democrazia significa sovranità del popolo, e quindi di tutti i cittadini, se pertanto in un regime democratico ogni cittadino deve essere posto in condizione di esercitare i diritti che gli derivano dalla sua partecipazione alla sovranità collettiva, se la nostra Costituzione (art. 3 cap.) riconosce che questa democrazia rimarrà una vuota parola fino a quando tutti i cittadini non saranno messi in condizione di poter partecipare di fatto alla gestione della cosa pubblica, mi pare che se ne possa concludere che la collettività ha l’obbligo di dare a ciascun cittadino la concreta possibilità di tale partecipazione. 

Ora tale concreta possibilità non significa soltanto liberare ogni cittadino dagli assillanti problemi della fame, della miseria o della disoccupazione, non soltanto eliminare le stridenti disuguaglianze e gli squilibri perturbatori del tessuto sociale, MA ANCHE FORNIRE A CIASCUNO I MEZZI PER ESSERE IN GRADO DI APPREZZARE I VASTI E COMPLESSI PROBLEMI IN CUI SI ARTICOLA LA VITA COLLETTIVA. 

E TALI MEZZI SONO TANTO SOGGETTIVI (adeguato livello di istruzione e di coscienza civile e democratica) quanto oggettivi (un’informazione per quanto possibile seria e imparziale). Sarebbe infatti impossibile concepire una democrazia reale, un effettivo governo di popolo, se al popolo non fossero dati gli strumenti per accedere alla conoscenza della vita associata che esso deve governare e dei problemi che ne risultano ch’esso deve risolvere.

Ad assolvere a questo compito non è certamente sufficiente la libertà della stampa e dell’informazione in generale: LA LIBERTÀ DELLA STAMPA È CERTO UNA GRANDE CONQUISTA DEL PERIODO LIBERALE che va strenuamente difesa anche oggi, in un regime democratico più avanzato, ma è ben lungi dall’esaurire la materia

Essa infatti ha radice in una concezione individualistica della società e riflette il diritto di ogni individuo ad esprimere la propria opinione: riguarda di più cioè il diritto di chi vuole scrivere che quello di chi vuole leggere per essere obiettivamente informato, risponde assai più al concetto di libertà in senso tradizionale che a quello di servizio pubblico

In altre parole, la libertà di stampa rappresenta il diritto del singolo cittadino di “fare” qualche cosa e il correlativo dovere dello Stato di “lasciar fare”, mentre il servizio pubblico dell’informazione rappresenta un dovere della collettività di “fare” essa positivamente qualche cosa e il correlativo diritto di tutti i cittadini di ottenere dalla collettività la prestazione dovuta.

...la libertà d’informazione ha oggi assunto un significato diverso che nell’Ottocento

Che cosa significa parlare di libertà di stampa nel senso di riconoscere a ciascuno il diritto di fondare un giornale, quando si sa che in realtà solo pochi magnati, o un grandissimo partito, possono permetterselo? 

Mi sembra più giusto parlare di un DIRITTO DEL CITTADINO ALLA VERITÀ, cioè all’informazione più ampia e spregiudicata che gli fornisca tutti gli elementi per FORMARSI UNA SUA IDEA DELLA VERITÀ: ciò significa soprattutto che i partiti, i sindacati, le organizzazioni civili devono avere libero e incontrollato accesso alla radio e alla TV, per un tempo che corrisponda alla loro reale rappresentatività. Questo mi sembra il modo migliore di garantire la libertà dell’informazione, almeno nel settore radio-televisivo …” [L. BASSO, Affinché il Paese migliori, Il Giorno, 12 ottobre 1974].
9. A queste considerazioni del 1974, ne vanno aggiunte altre che, peraltro, corrispondono alla stessa propensione di Basso a denunciare la struttura antidemocratica del mercato all'interno del paradgima capitalistico attuale. Ecco, questo la denunzia di questo paradigma trova necessaria, e sicuramente ancor più prioritaria, necessità rispetto al mercato dell'informazione, a proposito del quale Basso, nel 1979, parla di "imperialismo culturale" (qui, p.4):

"...senza capire la natura irresistibilmente oligopolistica dei "mercati", di qualunque settore, ogni disquisizione sulle "libertà" è una squallida pantomima.

E lo è più che mai laddove sia in gioco un mercato caratterizzato dal preminente pubblico interesse del bene/servizio offerto: la cosa sarebbe agevolmente risolvibile con una legge sull'informazione conforme all'art.21 Cost. Di cui abbiamo in passato indicato, su questo blog, alcuni principi irrinunciabili.

Ma poi vedendo che le "classifiche" internazionali (invariabilmente redatte da ONG "senza frontiere" che attaccano gli Statibrutti e ignorano i "mercati") fanno coincidere la "libertà di informazione" con il numero di operatori privati (in oligopolio!) e con l'assenza di interferenza statale su di essi, non rimane che una sola soluzione: vietare lo svolgimento di servizi di informazione privata da parte di chi non sia, in modo accertato con totale rigore, un editore PURO.
Cioè privo di qualunque altro interesse commerciale, industriale o finanziario, il cui titolare si ponga quale oligopolista concentrato, in qualsiasi settore, e, come tale, portatore di una rilevante frazione di potere politico de facto, cioè al di sopra e al di fuori dello Stato di diritto costituzionale, come avvertiva Calamandrei.

E non solo: si deve trattare di un editore puro che sia finanziato ESCLUSIVAMENTE da un istituto di credito specializzato di proprietà pubblica, nonché amministrato da funzionari imparziali, a requisiti di nomina rigorosamente predeterminati (su oggettive "competenze") e soggetti a scadenze non rinnovabili delle cariche, nonché sorteggiati da un elenco aggiornato costantemente.

Poi sull'entertainment, facessero quello che vogliono (nei limiti delle leggi penali) e massima apertura del mercato: compresi i "film di interesse culturale".
La precondizione per la loro produzione e distribuzione deve essere SOLO la diffusione della cultura, per tutti, da parte di un imparziale e rafforzato sistema della pubblica istruzione.

Pubblica istruzione, (forte e imparziale), libertà di informazione, (ontologicamente separata da interessi privati di altro tipo, compresa la reverenza verso la "morale dei banchieri"), e eguaglianza sostanziale, sono praticamente la stessa cosa vista in momenti e angolazioni differenti".